Coface, con blocco Hormuz a rischio tenuta filiere produttive
La chiusura dello Stretto non impatta solo sull'aumento di petrolio e gas. Tra i metalli, l'alluminio è quello più a rischio
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A un mese dall'avvio dell'offensiva israelo-americana contro l'Iran, le perturbazioni nell'approvvigionamento di materie prime attraverso lo Stretto di Hormuz continuano ad alimentare la volatilità dei prezzi. Al momento, i settori più colpiti sono petrolio e gas, fertilizzanti, derivati petrolchimici e alluminio. «L'attuale escalation in Medio Oriente sta colpendo duramente i mercati delle materie prime. La portata dello shock attuale sulle fasi a valle della catena del valore dipenderà dall'eventuale stallo del conflitto», afferma Simon Lacoume, economista settoriale di Coface.
Sul fronte energetico, il greggio Brent, con un picco a 119 dollari, è aumentato del 50% in un mese, mentre il Wti statunitense si aggira intorno a 100 dollari al barile. Con il protrarsi del conflitto, questo rialzo sta già iniziando a propagarsi lungo la catena del valore. Negli Stati Uniti, i prezzi al dettaglio della benzina ordinaria hanno raggiunto un massimo storico (3,96 dollari/gallone, +35% su base mensile). In Asia, i prezzi del diesel (Singapore) sono quasi triplicati dall'inizio del conflitto. I rialzi riguardano anche il gas naturale, che ha raggiunto i 55 euro al megawattora sulla piattaforma Ttf di Amsterdam, mentre il benchmark asiatico (Lng Japan/Korea Marker) è raddoppiato nello stesso periodo, riflettendo la persistente vulnerabilità dei mercati importatori. In confronto, il mercato statunitense appare meno esposto alle perturbazioni dell'offerta.
«Quando lo Stretto di Hormuz si blocca, il problema non riguarda solo il prezzo del barile: riguarda la tenuta di filiere produttive che su quei flussi hanno costruito la propria operatività» evidenzia Ernesto De Martinis, ceo Regione Mediterraneo & Africa di Coface. «Fertilizzanti, polimeri, alluminio: sono input che entrano nei processi di settori apparentemente lontani dal Medio Oriente, ma che oggi si trovano a gestire costi in forte aumento e tempi di approvvigionamento sempre più incerti. In un contesto simile, la capacità di valutare rapidamente l'esposizione delle proprie controparti commerciali diventa un elemento decisivo. Per questo continueremo a seguire l'evoluzione della situazione con la massima attenzione, aggiornando le nostre analisi di rischio in tempo reale».
Alluminio il metallo più a rischio
Con lo Stretto di Hormuz bloccato, gli Stati del Golfo – che rappresentano l'8% della produzione mondiale di alluminio – non riescono a esportare la propria produzione interna né a importare le materie prime (bauxite e allumina) necessarie per le loro fonderie, osservano gli esperti di Coface. Lunedì 16 marzo, Aluminum Bahrain (Alba), che produce il 25% dell'alluminio della regione, ha conseguentemente annunciato la sospensione del 19% della propria produzione, pari al 5% della produzione di alluminio regionale. Lontano dalle turbolenze in Medio Oriente, Mosal ha annunciato la sospensione delle proprie attività in Mozambico, adducendo costi energetici ritenuti eccessivi. In questo contesto di deterioramento, i prezzi dell'alluminio continuano pertanto a seguire un trend al rialzo (+11,5% su base mensile), con un picco a 3.500 dollari/tonnellata (12 marzo), dopo un aumento di quasi il 25% nell'arco dell'ultimo anno.


