Certificare, non escludere
Berlino ha optato per un’altra filosofia. Invece di costruire muri, ha alzato l’asticella delle regole. Il Bsi, l’agenzia federale per la cybersicurezza, ha sviluppato il C5 (Cloud Computing Compliance Criteria Catalogue): un framework rigoroso che impone requisiti di trasparenza, protezione dei dati e resilienza. Dal 2024, ogni fornitore che lavora con la Pubblica amministrazione federale deve possedere l’attestazione C5.
La differenza con la Francia? Amazon, Google e Microsoft possono ottenerla direttamente, senza joint venture locali. «Non puntiamo a reinventare il cloud – ha spiegato un portavoce del ministero dell’Interno –. Puntiamo a far rispettare le nostre regole a chiunque voglia lavorare con noi».
I critici obiettano che la certificazione tecnica non risolve il nodo giuridico: un provider americano, per quanto conforme, resta soggetto al Cloud Act. Ma Berlino scommette sulla deterrenza regolatoria più che sull’autarchia tecnologica.
Fortino pubblico, tecnologia privata
Roma ha cercato la sintesi tra le soluzioni. La strategia italiana, firmata da Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) e AgID, classifica i dati della PA in tre livelli – ordinario, critico, strategico – con requisiti crescenti di sicurezza e localizzazione.
Per i dati più sensibili, la risposta si chiama Polo Strategico Nazionale: quattro data center tra Milano e Roma, gestiti da un consorzio a maggioranza pubblica che riunisce Tim, Leonardo, Cdp Equity e Sogei. Gli hyperscaler non sono esclusi, ma incapsulati: i servizi di Aws, Google e Microsoft transitano attraverso l’infrastruttura del Polo, con chiavi crittografiche che restano in Italia.