Per esempio, entro il 2100 l'innalzamento del livello del mare su scala globale sarebbe più basso di 10 cm con un +1,5°C rispetto a +2°C. Con +1,5°C la probabilità che il Mar Glaciale Artico rimanga in estate senza ghiaccio marino sarebbe una in un secolo, mentre sarebbe di almeno una ogni decennio con un riscaldamento globale di +2°C. Con un riscaldamento globale di +1,5°C, le barriere coralline diminuirebbero del 70-90 per cento, mentre con +2°C se ne perderebbe praticamente la totalità (più del 99 per cento). E via discorrendo.
Per ottenere o evitare tutto ciò, le emissioni di CO2 nette globali dovrebbero diminuire del 45 per cento entro il 2030, rispetto al 2010, e azzerarsi entro il 2050, anche con il ricorso a tecnologie di rimozione della CO2 esistente – essenzialmente forestazione massiccia e introduzione di tecniche che letteralmente risucchiano la CO2 dall'atmosfera. Uno sforzo immane, insomma, e con costi proibitivi.
Il co-presidente del terzo gruppo di lavoro dell'Ipcc ha dichiarato che “limitare il riscaldamento a 1,5°C è possibile per le leggi della chimica e della fisica, ma richiederebbe cambiamenti senza precedenti”. Soprattutto, forse, non è possibile per le leggi dell'economia e della politica. Un noto economista del clima, Richard Tol dell'Università del Sussex, molto rispettato e assai poco tenero con l'Ipcc e i risultati dei suoi Assessment Reports, dichiara che l'obiettivo +1,5°C non è semplicemente fattibile (not feasible). Il costo degli investimenti nel solo settore energetico sarebbe di 1,6-3,8 trilioni di dollari all'anno fino al 2050, pari a un valore cumulato di 51,2-122 trilioni di dollari.
Il conferimento, negli stessi giorni, del premio Nobel a un economista che si è occupato di analizzare le interazioni tra sistema climatico e sistema economico ci ricorda tuttavia quanto sia cruciale la valutazione economica non solo dei costi della mitigazione, ma anche – e soprattutto – dei suoi benefici per il futuro del pianeta, dell'economia e della società.