Politiche industriali

Clean Industrial Deal, cosa aspettarsi dal piano europeo che aggiorna la transizione verde

La Commissione presenterà il 26 febbraio l’architettura all’interno della quale costruire misure a sostegno della competitività dell’industria. Il nodo dei finanziamenti

di Sara Deganello

3' di lettura

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Clean Industrial Deal, la Commissione europea presenterà il piano per aggiornare la transizione verde nel vecchio continente, con un grado di pragmaticità maggiore rispetto al passato, il prossimo 26 febbraio. Sarà un quadro normativo di indirizzo, un’architettura all’interno della quale costruire poi misure di sostegno all’industria europea per mantenere la propria competitività sullo scenario globale, mantenendo gli impegni di tutela dell’ambiente.

«Dal punto di vista della presidente della Commissione Ursula von der Leyen il Clean Industrial Deal è una sorta di quadro per la prosperità, la competitività e la crescita in Europa. In grado di collegare quello che lei chiama la sicurezza economica ai principi di avanzamento nell’agenda climatica», spiega Linda Kalcher, direttrice del think tank di Bruxelles Strategic Perspectives, specializzato in geopolitica dell’energia: «Quali sono i mercati futuri per le tecnologie pulite? Come possiamo competere con la Cina, che ovviamente su rinnovabili, veicoli elettrici, pompe di calore e gran parte delle tecnologie del futuro è molto avanti? La Cina ha una strategia industriale molto rigorosa e ambiziosa, spinta da sussidi, capacità di scale-up e di miglioramento qualitativo dei prodotti. Ursula Von der Leyen è preoccupata del fatto che le aziende europee stiano perdendo il loro vantaggio competitivo e che la Cina diventi l’unico fornitore nei mercati futuri del clean-tech che secondo l’Iea arriveranno ad avere un valore di oltre 2 trilioni di dollari entro il 2035. Questo ovviamente causerebbe una certa deindustrializzazione in Europa».

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Decarbonizzare e crescere

Nello scacchiere mondiale, anche gli Stati Uniti avevano iniziato la corsa per il presidio dei nuovi mercati dell’industria “pulita” con l’Inflation Reduction Act dell’ex presidente Joe Biden, uno strumento di accelerazione per l’innovazione e la competizione con la Cina, che adesso vede i fondi per le fonti rinnovabili congelati con il mandato del nuovo presidente Donald Trump che sta scommettendo tutto sulla crescita degli idrocarburi.

Intanto in Europa, i problemi di competitività arrivano anche dagli alti prezzi dell’elettricità, in Italia in particolare: «Allo studio c’è come supportare meglio il settore dell’acciaio, del cemento e della chimica per aiutarli nella decarbonizzazione, e come far crescere la produzione di tecnologie pulite in Europa», indica Kalcher. Non si parlerà di automotive nel Clean Industrial Deal: il tema sarà all’ordine del giorno il 5 marzo, quando la Commissione presenterà la sua visione anche su questo.

Potrebbe aiutare anche un unico mercato elettrico? «È stata adottata una riforma del mercato elettrico nell’ultimo mandato, ma come spesso accade non è ancora stata implementata bene. Da quello che sento, molti ostacoli sono dati dalla mancanza di interconnessioni e di una rete adeguata. Per abbassare i prezzi dell’elettricità il commissario all’energia Dan Jørgensen sta preparando una proposta su come possiamo aumentare l’espansione della rete e come fare in modo che se le energie rinnovabili hanno la quota maggiore del mix energetico riescano ad abbassare i prezzi per aziende e famiglie».

Gli aiuti di Stato

La questione dei fondi necessari a stimolare e sviluppare il nuovo corso è cruciale per il successo del piano e dell’industria europea. Si è parlato di allentare il regime degli aiuti di Stato. «Saranno uno strumento chiave», ammette Kalcher, che parla anche di «un fondo per la competitività che dovrebbe davvero consentire un sostegno pubblico più mirato» e del ruolo che potrebbero svolgere organismi come Bei e Ebrd. «Ma si dovrebbe provare a incanalare meglio anche alcuni finanziamenti privati. I fondi pensione europei, per esempio: molti stanno ora investendo in America. Perché non farlo qui? Come dice anche Mario Draghi, abbiamo bisogno di un quadro di investimenti migliore. Dobbiamo far arrivare i soldi in Europa e dobbiamo anche assicurarci che il mercato unico funzioni bene, in modo che sia davvero un grande mercato, capace di confrontarsi con quello cinese e statunitense».

Nuovi prestiti

Il fattore finanziario diventa una condizione cruciale soprattutto nel momento in cui finirà il Pnrr, non solo in Italia, a metà del 2026. «La preoccupazione viene dalla priorità che ora viene data a molti dei nostri finanziamenti verso sicurezza e difesa, che è l’ovvia necessità», osserva Kalcher: «Dobbiamo prendere in considerazione nuovi prestiti congiunti perché è essenziale avere la nostra sicurezza, ma avere anche la nostra base industriale. Se i leader riescono ad avere una visione comune su questo allora può accadere».

La direttrice di Strategic Perspectives fa una riflessione sugli equilibri mondiali: «Ciò che mi preoccupa è sentire molte aziende dire che sono gli standard di rendicontazione o le leggi del Green Deal a ostacolare la nostra prosperità. In realtà si tratta della Cina, degli Usa e dell’efficacia con cui riescono a far partire i loro investimenti. Se perdiamo il treno degli investimenti e parliamo solo di deregulation, la Cina sarà più veloce. Punto. Ci sarà la deindustrializzazione. Ma a causa della Cina, non a causa della perdita del Green Deal».

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