Pezzi da collezione

Circolarità senza fine: la nuova vita di un gioiello vintage

Un capolavoro del passato riconosciuto come autentico, certificato dopo attente verifiche d’archivio, restaurato e rimesso sul mercato dalla stessa maison che l’ha realizzato. È il senso di continuità delle creazioni Heritage.

di Laura Leonelli

Dal centro, cofanetto, (1944), collana Bois en V (1961), collana Cheveux d’ange (1962): appartengono tutti alla collezione Heritage, in mostra a marzo scorso al Tefaf 2026 di Maastricht. (@ VAN CLEEF & ARPELS)

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Era sconveniente, il vertice dell’ineleganza mondana. Un gesto così e le luci della cena più raffinata si spegnevano di colpo sulla colpevole, perché naturalmente parliamo di donne, e sui padroni di casa, colpevoli a loro volta. Ma cosa aveva fatto di così male quella splendida signora, seduta accanto all’ambasciatore di un ricchissimo paese d’Oriente, che a sua volta conversava insieme all’ultimo Premio Goncourt, il quale aveva appena sussurrato una facezia all’orecchio della sua compagna? Nulla, se pensiamo a oggi, un orrore un secolo fa: aveva guardato l’orologio, segno evidente che in quel regno di fiaba il tempo cronometrico era tornato a ticchettare inesorabilmente.

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Dal centro, cofanetto, (1944), collana Bois en V (1961), collana Cheveux d’ange (1962): appartengono tutti alla collezione Heritage, in mostra a marzo scorso al Tefaf 2026 di Maastricht. (@ VAN CLEEF & ARPELS)

La signora, insomma, si annoiava. E allora ecco che gli straordinari artigiani di Van Cleef & Arpels, quegli occhi, quelle mani sapienti che dal 1906 rendono prezioso ogni nostro gesto, immaginano un piccolo scrigno di bellezza dove ogni creatura femminile avrebbe potuto nascondere i suoi strumenti di seduzione e potere, un rossetto, uno specchio, un portacipria, un portasigarette, un accendino, un taccuino con relativa matita, un portapillole, e naturalmente un orologio. Un attimo, la scatola segreta si apriva e lontano da sguardi indiscreti tutto era lì, anche il tempo. E il tempo, ovvero il dono profondo di resistere al corso inesorabile delle stagioni e di conservare intatta la luce più autentica, è da sempre uno dei segni forti e delicati insieme dello stile Van Cleef & Arpels. Non a caso, nel 2007 la celebre maison ha creato Heritage, vera e propria collezione parallela alle nuove creazioni che ripropone a una selezionatissima clientela i capolavori di un secolo di fascino e savoir-faire.

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Bracciale (1947) e bracciale Ludo (1938), entrambi della collezione Heritage. (@ VAN CLEEF & ARPELS)

Dal 2013 queste meraviglie tornano a fiorire ogni anno in un giardino unico al mondo, Tefaf a Maastricht, fiera a cui partecipano le più importanti gallerie internazionali, le istituzioni più prestigiose, i collezionisti più esigenti. Qui, in uno stand che sembrava uscito da una miniatura persiana, tra pavoni, foglie, fiori, alberi, cieli azzurri e piccole nuvole di fantasia, sono apparsi una quarantina di gioielli e oggetti preziosi – guai a chiamarli accessori – che ripercorrono sette decadi straordinarie della maison parigina, dagli anni Venti ai Novanta, con particolare attenzione agli anni Sessanta, così innovativi anche nella storia dell’arte, delle donne e della loro emancipazione.

“Démoniaque - Divertissement en diamants”, Francia, gennaio 1961: la modella Taïga con collant e passamontagna nero di REPETTO indossa 500 milioni di vecchi franchi in diamanti per una presentazione surrealista con le creazioni di VAN CLEEF& ARPELS. (COURTESY LAURA LEONELLI GALLERY)

Piccole coincidenze, tanto per entrare nel tempo Van Cleef & Arpels: nel 1963, ed è uno dei gioielli esposti, gli atelier della maison realizzano uno spettacolare collier in platino e oro bianco, composto di due file di diamanti a taglio baguette e brillanti, riuniti in un fiore centrale con diamanti tondi e ovali, trasformabile in una spilla, solitaria e preziosa anche su una cintura, una giacca, la spallina di un abito. Tre anni dopo, nel 1966, la maison realizza la corona di Farah Pahlavi, ultima imperatrice dell’Iran, e sulla corona splendono trentasei smeraldi - quello al centro è di centocinque carati -, trentasei rubini, centocinque perle e 1.469 diamanti. A cavallo delle due creazioni scintilla anche un’altra data, il 13 luglio 1965, quando per la prima volta le donne francesi conquistano il diritto di aprire un conto in banca a loro nome, e dunque possedere un libretto d’assegni, e dunque ritirare denaro, frutto del proprio lavoro o di rendite personali, senza più essere accompagnate dal rispettivo coniuge. A Maria Callas, allora orgogliosamente single, deve essere piaciuto moltissimo firmare l’assegno con cui nel 1967 aveva acquistato al 22 di Place Vendôme, indirizzo di Van Cleef & Arpels dal 1906, l’incantevole spilla Fleur à Cinq Feuilles, in platino, rubini e diamanti.

Orologio di alta gioielleria Ludo Secret in oro giallo, zaffiri e madreperla bianca, con movimento al quarzo (164.000 €). Presentato lo scorso aprile, è una reinterpretazione contemporanea di una creazione che la maison realizza da quasi un secolo. (@ VAN CLEEF & ARPELS)

Il disegno che ha dato origine a questa spilla leggendaria, portafortuna della Divina, è ancora oggi negli archivi della maison. E agli archivi, come a una memoria vivente, si rivolgono per le loro minuziose e necessarie ricerche altre due donne importanti, Alexandrine Maviel-Sonet, patrimony and exhibitions director, e Natacha Vassiltchikov, high jewellery retail director. È lei a raccontare ad HTSI la storia che si nasconde in ognuno degli oltre centocinquanta gioielli della collezione Heritage e soprattutto il metodo con cui certificare l’autenticità dei pezzi. Il metodo, guarda caso, è di nuovo il tempo, il tempo di una lunghissima storia d’amore, che inizia nel 1895 con il matrimonio tra Alfred Van Cleef, ventun anni, ed Esther Arpels, detta Estelle, diciannovenne, e il tempo dei documenti conservati gelosamente in archivio, a partire da un numero inciso nell’intimità di ogni gioiello che corrisponde a un dossier, a un registro, a una genealogia di clienti, unici indizi per stabilire l’autenticità e l’integrità di ogni capolavoro. «Strano a dirsi, ma è solo da quarant’anni che il gioiello vintage è tornato a irraggiare la sua luce e non è più utilizzato come miniera di pietre, destinate sciaguratamente a nuove montature», racconta Natacha Vassiltchikov. Alla ricerca delle fonti cartacee segue la pulitura ed eventualmente il restauro in quello che gli addetti chiamano il beauty salon, gli atelier dove tutto prende vita, anche una seconda vita, e «dove gli artigiani della maison conoscono il difficile equilibrio tra ciò che possiamo fare e ciò che non possiamo fare», prosegue la direttrice. La patina è la prova del tempo, preziosissima, e si abbina a un’altra qualità magica, la vestibilità. Perché giunga nelle vetrine di Tefaf o su un piccolo vassoio nella storica boutique, un gioiello Van Cleef & Arpels deve continuare a dialogare con la moda del nostro tempo. Emblematico, indossabile, sempre contemporaneo, è questo lo spirito Heritage.

Alcune fasi della lavorazione: incastonatura degli zaffiri sui motivi circolari in oro, assemblaggio del quadrante in madreperla guilloché sul movimento e del motivo sul quadrante. Per ogni pezzo i gemmologi selezionano gli zaffiri secondo i rigorosi criteri di VAN CLEEF & ARPELS e soprattutto per l’intensità del colore, un blu limpido e uniforme che, incastonato nell’oro giallo, svela una tonalità vellutata in una progressione di diametri che ne enfatizza ulteriomente la luminosità. (@ VAN CLEEF & ARPELS)

La moda, come la natura, la danza, il mondo immaginario e sempre l’amore, è un tema portante dell’universo Van Cleef & Arpels. Un cammino parallelo, un passo a due, che già negli anni Venti accompagna la nascita di collezioni ispirate alle scoperte archeologiche in Egitto, una su tutte, la tomba di Tutankhamon, e poi a un Oriente che si fa sempre più vasto e vicino con citazioni dall’arte persiana, indiana, cinese, giapponese. Negli stessi anni, le donne scoprono anche la moda di una nuova libertà, un dinamismo diverso, profondo, sportivo e d’anima, e la maison è al loro fianco inventando, per esempio, l’architettura dei bijoux Ludo, morbidissima e scultorea, tecnicamente acrobatica in quella teoria di maglie snodabili che avvolgono il polso, e uno strepitoso bracciale del 1938 in oro giallo e diamanti ha illuminato lo stand dell’ultimo Tefaf. Oro giallo, ovvero un gioiello da giorno, come se la luce incandescente di quel metallo fosse destinata solo alle ore solari. Dopo le cinque del pomeriggio, altra regola di bon ton fino agli anni Cinquanta, una vera signora indossava solo gioielli di platino. Il platino è lunare, a modo suo freddo, accende la passione, attira, ma mantiene le distanze, e forse è questo il messaggio regale che una dama dell’alta società aveva lanciato ai suoi simili indossando la spilla Aigrette, creazione del 1955, anch’essa presentata a Maastricht. Sul velluto nero di un abito da sera questo capolavoro di Haute Joaillerie blanche si apriva come un fiore d’inverno, e i diamanti erano gocce di rugiada sui petali in attesa di sciogliersi nel calore di un abbraccio.

Gli anni Sessanta, e le loro Good Vibrations, come cantavano i Beach Boys nel 1966, scaldano l’atmosfera. Anche per l’alta gioielleria è una piccola rivoluzione, un’inedita democrazia dei metalli che permette all’oro giallo di superare l’ora del tè e di far il suo ingresso nei grandi ricevimenti serali. È il caso del collier in oro giallo e diamanti Cheveux d’ange, del 1962, collezione Heritage, e di una magnifica demi-parure con bracciale e collier, rispettivamente del 1974 e del 1983, anni in cui la maison si lancia in un revival di forme e composizioni, quelle margherite di rubini e diamanti, che rimandano al XVIII secolo. E chi mai in Francia può dimenticare quel Settecento lussuoso e raffinatissimo, cortigiano e illuminista, festa di giochi, di specchi e fruscìo d’abiti in giardino? Nessuno, nemmeno la famiglia Van Cleef & Arpels, che negli anni Trenta aveva acquistato la magnifica tenuta della Minaudière, nella regione dell’Yvelines, a pochi passi da Versailles. Non è certo una coincidenza allora se venne battezzata proprio Minaudière quella scatolina preziosa che dal 1933 ha offerto a generazioni di stelle dell’alta società, e tra loro Jackie Kennedy e Farah Diba, tutto il necessario per essere belle, restare belle e sapere anche quanto restare al ballo. Dei rintocchi della mezzanotte, le nuove Cenerentole di un jet set fiabesco potevano finalmente fare a meno.

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