Il desiderio non realizzato

Cina, la tappa mancata nel pellegrinaggio apostolico di Papa Francesco

Pechino ha comunicato il suo cordoglio per la scomparsa del Pontefice che in vita ha raggiunto con il Paese il migliore degli accordi possibili

di Rita Fatiguso

Fedeli cinesi pregano per la scomparsa di Papa Francesco nella chiesa di Sant Ignazio a Shanghai (Photo by Hector RETAMAL / AFP)

2' di lettura

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C’è un buco enorme nella mappa del globo, un Paese grande quanto un continente in cui Bergoglio, pur volendolo fortemente, non ha mai messo piede durante il suo pontificato: la Cina.

Sliding doors asiatico

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Due anni fa il pontefice e il presidente Xi Jinping si ritrovarono entrambi in visita, in Asia centrale, erano li’ a seguire due diversi eventi.
Fu lo sliding doors perfetto, che ribadì, tuttavia, le ferree regole della diplomazia. Niente da fare. Non si incontrarono.

Ciò che resta della grande attenzione di papa Francesco per il dialogo con la Cina è l’accordo provvisorio tessuto dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, da sempre in prima linea nelle relazioni della Santa Sede con la Cina. Punto centrale dell’intesa, la nomina condivisa dei vescovi.

Il ruolo del cardinal Parolin

Il cardinale è stato determinante nella rinegoziazione dell’accordo del 2018 che l’anno scorso è stato rinnovato nuovamente per altri quattro anni, con l’intento, come recitano i resoconti ufficiali, “di portare i vescovi cinesi in comunione con Roma”.
Parolin ha dato forma al desiderio della Santa Sede “di costruire ponti e favorire il dialogo con la Cina, riconoscendo le sfide e le difficoltà nelle relazioni”. La più grande difficoltà, ricordiamolo, nelle relazioni bilaterali, non sta in Cina, ma in Vaticano, uno degli ultimi Stati al mondo a riconoscere l’indipendenza di Taiwan, con tanto di rappresentanza diplomatica all’interno delle mura vaticane.
Un macigno che Pechino non potrà mai digerire. Né è prevedibile che il Vaticano faccia dietrofront sull’Isola che la Cina considera parte integrante del suo territorio sovrano e che più volte ha dichiarato di volersi riprendere se sarà il caso anche con la forza delle armi. Difatti, il cardinal Parolin si è ripetutamente mostrato scettico sulla probabilità di una visita ammettendo che, nonostante l’accordo, “non c’erano le condizioni perché’ il desiderio del Papa potesse realizzarsi.
Papa Francesco voleva visitare la Cina, aspettava con fiducia un’apertura davanti alla quale avrebbe immediatamente fatto la valigia. Un auspicio che non si è verificato.

Vescovi con doppio sigillo

La nomina condivisa dei vescovi con l’approvazione sia di Pechino che del Vaticano ha portato tuttavia un maggior numero di vescovi cinesi in comunione con Roma, nonostante le difficoltà, a livello locale, di garantire un’attuazione puntuale dell’accordo. Ci sono province come quella dell’Henan in cui i cattolici praticanti sono sette milioni su cento milioni di abitanti. La speranza della Chiesa, ovviamente, resta quella che tutti i vescovi della terra di Confucio siano in piena comunione con la Chiesa di Pietro.

Intanto, nel giugno scorso papa Francesco ha nominato il vescovo Joseph Yang Yongqiang, vescovo di Zhoucun, all’arcidiocesi vacante di Hangzhou dalla morte dell’arcivescovo Matthew Cao Xiangde, nominato dal partito e, solo in seguito, dal papa. Ora fare la comunione op al cresima in Cina equivale a farla ovunque nel mondo.

Se l’esito del Conclave dovesse favorire un Papa asiatico o la corrente in Vaticano favorevole all’apertura ulteriore alla Cina, il dialogo ripartirebbe di slancio.

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