Chi è rimasto all’età del carbone?
di Laurence Tubiana
8' di lettura
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Nelle immortali parole dell’allora premier britannico Harold Wilson, una settimana è un periodo di tempo molto lungo in politica. Gli eventi con implicazioni apparentemente inequivocabili potrebbero ben presto rivelarsi tutt’altro. Questo cambio di rotta politica sembra già fare al caso della rinuncia da parte del presidente americano Donald dell’accordo di Parigi sul clima.
Con il prossimo meeting del G20 che si svolgerà ad Amburgo, in Germania, tra pochi giorni, la decisione di Trump di far uscire gli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi non farà che isolare ed estraniare gli Usa all’interno della comunità internazionale. E mentre gli alti funzionari americani come il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster e il direttore del Consiglio economico nazionale Gary Cohn sostengono che gli americani non hanno motivo di allarmarsi, perché non esiste di fatto alcuna “comunità internazionale”, il resto del mondo sa bene come stanno le cose – e così anche la maggior parte degli americani.
L’annuncio di Trump ha confermato ciò a cui si stanno preparando molti leader mondiali: l’impegno produttivo americano nel mondo è accantonato, almeno per la durata di questa amministrazione. Ciò che più colpisce dell’inequivocabile risposta globale alla decisione di Trump è la coerenza. Nello spettro politico, e dal Nord al Sud del mondo, il messaggio è stato chiaro: la decisione di Trump è sbagliata per il mondo e, ovviamente, anche per l’America stessa. Quantomeno, gli Usa finiranno nelle retrovie sul fronte della corsa globale per un futuro a basso contenuto di carbonio, con profonde conseguenze per la performance economica e standing globale dell’America stessa.
La realtà sospesa di Trump
Questo secondo punto è stato enfatizzato da imprenditori americani, governatori di vari stati e sindaci cittadini che hanno creato il movimento #WeAreStillIn. Nel giustificare il suo ripudio dell’accordo di Parigi, Trump sostiene di essere stato eletto per «rappresentare i cittadini di Pittsburgh, non quelli di Parigi» – e qui scatta l’applauso del pubblico, nel Rose Garden zeppo di membri dello staff della Casa Bianca. In risposta, il sindaco di Pittsburgh Bill Peduto annuncia quasi immediatamente che la sua città, che ha compiuto una notevole transizione dall’essere una “città dell’acciaio Usa” a centro sanitario, di ricerca e istruzione (e che ha votato in massa per Hillary Clinton), sta passando all’energia rinnovabile al 100% e ribadisce il proprio impegno rispetto all’accordo di Parigi.
Non è un mistero la quasi universale opposizione alla decisione di Trump. I leader mondiali sono sempre più consapevoli che non si possa più sfuggire alla necessità di affrontare il cambiamento climatico. La loro credibilità politica è a rischio. Anche i neofiti lo hanno capito.








