Usa

Kash Patel, ascesa e controversie dell’uomo di Trump alla guida dell’FBI

Dalle polemiche sulle epurazioni al confronto infuocato in Senato, Patel è oggi al centro di una tempesta politica. E l’FBI si ritrova divisa tra fedeltà al leader e perdita di credibilità istituzionale

di Silvia Martelli

FKash Patel al Senato il 16 settembre. (REUTERS/Jonathan Ernst)

4' di lettura

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Quando Donald Trump, appena rieletto nel 2024, decise i nomi chiave della sua nuova amministrazione, il criterio non fu l’esperienza istituzionale, ma la fedeltà personale. Kashyap “Kash” Patel, 44 anni, figlio di immigrati indiani cresciuto a Queens (New York), è stato tra le scelte più sorprendenti. Laureato in giurisprudenza, procuratore federale in Florida, poi consigliere legale presso la NSA e il Pentagono, Patel aveva già acquisito notorietà come staffer repubblicano alla Camera, dove guidò indagini contro l’FBI accusandola di avere “fabbricato” il Russiagate ai danni di Trump. Una battaglia che lo consacrò come figura di riferimento per l’allora presidente e che gli aprì la strada alla direzione del Bureau. Il suo stile – combattivo, partigiano, spesso più da opinionista televisivo che da burocrate – ha segnato la sua carriera e continua a far discutere.

Un direttore combattivo

Dalla sua nomina, Patel ha impostato la sua leadership su una linea di scontro frontale. Non ha mai cercato la mediazione, anzi: davanti al Congresso ha trasformato le audizioni in palcoscenici politici. Nel suo debutto alla Commissione Giustizia del Senato, i democratici lo hanno incalzato sulle epurazioni interne e sulla gestione di casi delicati, ma lui ha reagito con tono furioso. Ha liquidato domande e critiche come “disgustose” o “vergognose”, ha accusato i senatori di “fare teatro” e ha persino apostrofato Adam Schiff come “il più grande truffatore mai seduto in Senato”. Per i suoi sostenitori repubblicani, Patel è l’uomo che ha restituito all’FBI la missione di contrasto al crimine dopo anni di politicizzazione. Per i suoi avversari, è la politicizzazione fatta persona. Lo scontro verbale è diventato la cifra del suo mandato.

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Epurazioni e accuse di politicizzazione

Uno dei capitoli più controversi riguarda le epurazioni al vertice del Bureau. Decine di dirigenti e agenti sono stati licenziati o costretti a lasciare. Molti avevano avuto un ruolo nelle inchieste su Trump o sul 6 gennaio. Secondo tre ex alti funzionari – tra cui Brian Driscoll, già direttore ad interim – si è trattato di una “purga politica” concordata con la Casa Bianca, tanto da spingerli a fare causa all’agenzia. Patel respinge con forza questa lettura: sostiene che chi è stato rimosso “non rispettava i doveri costituzionali” e che le decisioni sono state sue, non della presidenza. Resta il fatto che l’FBI, sotto la sua guida, ha ridotto risorse su controterrorismo e corruzione per concentrarle su immigrazione e criminalità di strada, in linea con le priorità dell’amministrazione Trump. È questa torsione che alimenta le accuse di politicizzazione.

Il caso Kirk

Il momento più delicato per Patel e per l’FBI è quello attuale: la gestione dell’omicidio di Charlie Kirk, 31 anni, volto dell’attivismo conservatore, ucciso con un colpo di fucile durante un evento universitario nello Utah. Patel ha preso in mano l’indagine e la comunicazione, aggiornando il pubblico in diretta sui social. Proprio qui inciampa: annuncia prematuramente l’arresto di un sospettato, che in realtà viene subito rilasciato. L’errore alimenta dubbi sulla sua capacità di guidare un’inchiesta complessa.

Alla fine il sospettato, Tyler Robinson, si consegna spontaneamente, riconosciuto dal padre dopo la diffusione di immagini ad alta risoluzione. Contro di lui, secondo Patel, ci sono prove schiaccianti: un biglietto in cui annuncia di voler uccidere Kirk e tracce di DNA sull’arma e sugli strumenti usati per il delitto. Resta il nodo del movente. Patel e il governatore repubblicano Spencer Cox parlano di radicalizzazione di sinistra, dipingendo Robinson come un giovane “normalissimo” che, dopo l’abbandono degli studi, si sarebbe avvicinato a ideologie progressiste estreme. I democratici accusano il direttore di avere politicizzato la vicenda per colpire gli avversari.

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Lo scontro con i Democratici

Nell’audizione di ieri al Senato il clima è stato rovente. I democratici lo hanno accusato di usare l’FBI come strumento di vendetta contro i nemici politici e di cercare consenso con post e interviste più che con risultati operativi. Patel ha ribattuto che i suoi 16 anni di servizio non possono essere messi in discussione e che “chi parla di un FBI politicizzato sta mentendo al Paese”. La tensione è esplosa in due risse verbali, con urla e accuse reciproche. Il senatore Chris Coons (Delaware) lo ha accusato di essere “più concentrato sui social e sulla vendetta politica che sul contrasto al crimine”. Patel ha replicato che “chi è stato licenziato non rispettava la Costituzione” e ha accusato i democratici di “proteggere criminali in nome della politica”. La spaccatura è netta: da un lato repubblicani come Chuck Grassley, che lo hanno elogiato per “aver restituito l’FBI alla sua missione di law enforcement”; dall’altro democratici che lo vedono come una minaccia alla credibilità dell’istituzione. È lo specchio del clima politico polarizzato in cui Patel si muove.

Lo spettro Epstein

Alle polemiche si aggiunge il caso Epstein. Patel ha difeso la scelta di non pubblicare nuovi documenti sullo scandalo di pedofilia e traffico sessuale, attribuendo il vincolo a decisioni giudiziarie precedenti. Ma per i democratici è un insabbiamento a tutela di interessi vicini a Trump. Patel ha reagito con irritazione, accusando l’opposizione di “ossessione morbosa per un predatore già condannato”.

Tra fedeltà e fragilità

Trump continua a difenderlo pubblicamente, esaltando la rapidità con cui è stato arrestato il sospettato dell’omicidio Kirk. Ma anche nel campo conservatore emergono voci critiche: Patel appare troppo esposto, troppo incline a cercare visibilità personale. La sua parabola incarna il trumpismo istituzionalizzato: fedeltà assoluta al leader, conflitto permanente con l’opposizione, gestione spettacolare del potere. Un approccio che entusiasma la base ma che rischia di compromettere l’autorevolezza dell’FBI. Il futuro di Patel resta sospeso fra il sostegno del presidente e le crepe interne. Se continuerà a essere percepito come uomo di parte, il rischio è che l’FBI perda definitivamente la sua immagine di arbitro imparziale.

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