Chi decide che cosa possiamo decidere?
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Viene convocata un’assemblea cittadina di cento persone per decidere come utilizzare dieci milioni di euro del bilancio comunale. Le alternative sono due: costruire un parcheggio oppure riqualificare una strada commerciale. Tutti possono discutere, ciascuno dispone di un voto, la maggioranza decide e la decisione vincolerà l’amministrazione. Difficile immaginare una procedura più inclusiva ed egualitaria. Ma quaranta cittadini vorrebbero una terza possibilità: ristrutturare una scuola. Quella proposta, però, non arriva mai al voto. Chi esercita allora il potere? I cento cittadini che scelgono tra parcheggio e riqualificazione o coloro che, prima ancora che la votazione cominci, hanno stabilito che si possa scegliere soltanto tra quelle due alternative? Il potere di scegliere è visibile. Molto meno visibile è il potere di decidere tra che cosa si può scegliere. È questa differenza tra il potere di decidere e il potere di costruire lo spazio della decisione che ci porta un passo più dentro la natura del “noi” collettivo che stiamo esplorando da alcune settimane attraverso il pensiero di Raimo Tuomela. Abbiamo visto dapprima che si può cooperare con gli altri continuando a ragionare da individui separati, in I-mode, oppure assumere il punto di vista del gruppo e agire in we-mode. Abbiamo poi distinto il semplice desiderio convergente da un vero e proprio group goal, un “obiettivo di gruppo”. Rimane ancora aperto, però, un problema di non poco conto, perché un gruppo può avere fini, intenzioni e perfino una volontà comuni, ma concretamente sono sempre delle persone ad agire. Quando diciamo che “il Parlamento ha deciso”, “il governo vuole”, “il sindacato ha stabilito”, attribuiamo a un soggetto collettivo azioni compiute da individui determinati. Che cosa autorizza questo salto logico e normativo, dall’azione di alcuni all’azione di tutti? Quando la decisione presa da determinate persone può diventare la decisione di un “noi”?
Chiedilo al Sole
Agire in nome del gruppo
La risposta di Tuomela parte da una distinzione apparentemente semplice. Essere membri dello stesso gruppo non significa occupare al suo interno la stessa posizione. I gruppi sufficientemente strutturati possiedono ruoli, compiti, diritti e relazioni di autorità. Alcuni membri sono autorizzati, in determinate circostanze, a compiere azioni che possono essere attribuite non semplicemente a loro stessi ma al gruppo. Sono quelli che Tuomela chiama gli operative members, distinti dai nonoperative members. Non si tratta necessariamente di due classi permanenti di persone. La distinzione è relativa alle funzioni esercitate. Si può essere membri operativi rispetto a una decisione e non operativi rispetto a un’altra. A contare non è tanto chi si è, quanto la posizione dalla quale si agisce e l’autorità che quella posizione conferisce. Già in The Importance of Us (Stanford University Press, 1995), Tuomela costruisce la sua analisi dell’azione di gruppo proprio su questo meccanismo. Un gruppo compie un’azione quando i membri operativi, esercitando il pertinente sistema di autorità e svolgendo “i loro compiti sociali nelle loro rispettive posizioni” (p. 244), producono attraverso la loro azione congiunta il risultato attribuito al gruppo e gli altri membri, a determinate condizioni, riconoscono quell’azione come azione del gruppo. Prendiamo un Parlamento. Se trecento persone si incontrano in un teatro e alzano la mano per approvare una proposta, non hanno approvato una legge. Se quelle stesse persone, investite della funzione parlamentare, votano secondo le procedure previste, il risultato può invece diventare una decisione dello Stato. Non è il movimento delle mani a essere diverso. È la struttura normativa dentro cui quel movimento acquista il suo significato. Tuomela definisce questa struttura l’authority system. Nella sua formulazione più astratta, un “sistema di autorità” rappresenta il processo attraverso il quale i membri di un gruppo formano una group will, una volontà del gruppo, a partire dalle volontà individuali proprie o dei membri operativi e relativamente a determinate questioni di interesse comune. L’authority system opera, dunque, come un dispositivo di trasformazione normativa. Attraverso procedure, ruoli e autorizzazioni, una pluralità di volontà individuali può diventare una volontà attribuibile al gruppo come tale. Il punto è importante perché sposta l’attenzione dall’identità delle persone alle posizioni che occupano. Il ministro può assumere un impegno per il governo che lo stesso individuo, seduto al tavolo di casa propria, non potrebbe assumere. Il rettore può firmare un atto dell’università che un professore, pur condividendone interamente il contenuto, non può firmare in nome della stessa istituzione. Il potere di agire per il gruppo non deriva semplicemente dal volere ciò che il gruppo vuole. Deriva da una “posizione autorizzata”. Questa “posizione” è ciò che rende possibile l’azione di organizzazioni complesse. Nessuno Stato potrebbe agire se milioni di cittadini dovessero assumere direttamente ogni decisione. La divisione tra membri operativi e non operativi non è dunque necessariamente una patologia del gruppo. È spesso la condizione della sua capacità di agire. Il problema comincia, però, quando ci chiediamo come quella divisione viene determinata.
L’ethos del “noi”
Qui emerge anche la differenza rispetto a Margaret Gilbert. Gilbert ci aveva mostrato come nasce il vincolo del “noi”. Attraverso il joint commitment, individui separati diventano parti di un soggetto plurale e acquistaL’ethos del no gli uni verso gli altri obblighi, pretese e responsabilità. Tuomela pone una domanda differente. Una volta che il “noi” esiste, come è organizzato al suo interno? Chi può parlare per esso? Chi decide e chi esegue? Il collective commitment resta importante anche nella sua teoria, ma il fuoco si sposta dalla costituzione del soggetto plurale alla distribuzione di posizioni, compiti e autorità al suo interno. Una volta che il “noi” esiste, infatti, non tutti coloro che ne fanno parte fanno la stessa cosa, possiedono gli stessi compiti o esercitano la stessa autorità. Questa struttura acquista significato attraverso ciò che Tuomela chiama ethos e, cioè, l’insieme dei fini, dei valori, delle credenze, delle pratiche e delle tradizioni costitutive del gruppo. L’ethos ci dice qualcosa su che cosa siamo e che cosa facciamo insieme. Ed è proprio per questo che può fornire ragioni per l’azione. Agire pienamente come membro significa allora non soltanto compiere un’azione utile al gruppo, ma compierla assumendo una ragione che deriva dal gruppo in quanto gruppo.
Questo punto ci può aiutare, credo, a capire meglio una caratteristica sorprendente della democrazia. Supponiamo che una legge venga approvata con il 51 per cento dei voti parlamentari. Il restante 49 per cento ha votato contro. Eppure, diciamo che “il Parlamento ha approvato la legge”. Anche un cittadino che abbia osteggiato quella legge può dire: “abbiamo deciso così”, senza che ciò cancelli il fatto che personalmente avrebbe voluto il contrario. Tuomela considera esplicitamente situazioni di questo genere. “In alcuni gruppi – scrive - può esistere una procedura istituzionalizzata (come la votazione secondo il principio di maggioranza) per giungere a un risultato di gruppo che comporta un’autorità del gruppo, nel senso che tutti i membri dovrebbero attenersi a tale risultato (in quanto membri del gruppo, sebbene non necessariamente in senso personale) anche se l’opinione del gruppo differisse dalle opinioni individuali di tutti i partecipanti” (pp. 318). È uno dei piccoli miracoli normativi della democrazia quello di trasformare il disaccordo in una decisione comune senza pure trasformarlo in consenso. Tuomela può permettersi di fermarsi qui. Il suo problema è ontologico: date certe condizioni, come può la decisione di alcuni contare come decisione del gruppo? La giustizia politica, invece, comincia proprio un istante prima. Non può assumere le alternative come già date. Deve domandarsi come siano arrivate sul tavolo, quali siano rimaste fuori e chi abbia avuto il potere di tracciare quel confine
Prima di contare i voti
Torniamo ai cento cittadini. Tutti dispongono di un voto per scegliere tra il parcheggio e la riqualificazione della strada commerciale. Quaranta avrebbero preferito destinare le risorse alle scuole, ma questa possibilità non è mai arrivata alla votazione. Se guardiamo soltanto il momento finale, abbiamo una perfetta uguaglianza politica fatta di cento cittadini e di cento voti dello stesso peso. Se guardiamo l’intero processo attraverso cui le alternative sono state costruite, la conclusione cambia radicalmente. Qualcuno ha avuto il potere di determinare lo spazio decisionale, il menù delle opzioni a disposizione. Guardato da questa prospettiva, il potere democratico si distribuisce almeno su tre livelli. C’è anzitutto il potere di partecipare: chi può parlare e votare. C’è poi il potere nella decisione: quanto pesa ciascun voto e attraverso quale regola le preferenze vengono aggregate. Ma esiste un potere logicamente anteriore a entrambi: il potere sull’agenda, cioè la capacità di stabilire quali questioni e quali alternative arriveranno fino al momento della scelta. Prima di distribuire il potere di scegliere, qualcuno ha già contribuito a delimitare il campo del possibile.








