Tra emancipazione digitale e difesa dei diritti
di Paolo Benanti
di Simonetta Candela*
4' di lettura
4' di lettura
Nelle ultime settimane si è assistito a un inteso dibattito mediatico sull’operazione di “watering-down” (di “annacquamento”) degli impegni generazionali e di genere, a cominciare dalla Certificazione di parità di genere, nell’ambito dello schema del Codice Appalti portato all’attenzione delle Commissioni parlamentari.
Come noto, le novità più rilevanti sono quelle legate alla mera facoltà (non più obbligo) per le stazioni appaltanti di inserire nei bandi di gara meccanismi per promuovere la parità di genere, equiparandola alle altre tutelate per legge (es: giovanile, ecc.), con una riduzione del 10% dello sconto sulle garanzie da presentare per chi avesse conseguito la Certificazione di parità di genere. Il riferimento normativo alla Certificazione di parità di genere così sparisce dal Codice Appalti e viene ridotto ad una semplice misura facoltativa ricompresa in un mero allegato.
Eppure, solo pochi mesi fa, il DL 30 aprile 2022 n. 36 (convertito con modifiche nella L. 29 giugno 2022 n. 79) aveva espressamente previsto il rafforzamento del sistema di certificazione della parità di genere, apportando al Codice Appalti Pubblici (D.Lgs. n. 50/2016) una serie di importanti modifiche tra cui «l’essere in possesso di certificazione della parità di genere» nell’ambito delle garanzie per la partecipazione alla procedura (art. 93, comma 7) e «l’adozione di politiche tese al raggiungimento della parità di genere comprovata dal possesso di certificazione della parità di genere» con riferimento ai criteri di aggiudicazione dell’appalto (art. 95, comma 13).
Alcuni esponenti del Governo hanno giustificato tale approccio - apertamente in contrasto con i principi della Missione 5 del PNRR e con gli obiettivi di «crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva» posti dalla Direttiva 24/2014/UE in materia di appalti pubblici - con la volontà di premiare le aziende senza costringerle, penalizzarle o obbligarle a più burocrazia e a più costi.
Se davvero questa fosse la ragione che ha “ispirato” la decisione di far sparire dallo schema del Codice Appalti ogni riferimento normativo alla Certificazione della parità di genere, facendole perdere rilevanza anche premiale, sarebbe sufficiente osservare che la Certificazione di parità di genere è già di per sé una misura facoltativa.