A tu per tu, dagli incontri tra ex della lotta armata e vittime fino al percorso con le Farc

Ceretti: «Mancata l’elaborazione degli anni di piombo, rischiamo sorprese»

Il criminologo: «Oggi ci si radicalizza sul web. La giustizia riparativa può sanare le ferite»

di Raffaella Calandra

Adolfo Ceretti, criminologo, docente dell’Università Bicocca

6' di lettura

  • Gli incontri «scandalosi» e le parole fragili
  • Il colloquio col padre della giustizia riparativa
  • Memorie congelate e mancata elaborazione
  • La formazione familiare, il delitto Galli
  • Il Labirinto della gioventù bruciata
  • Le nuove aggregazioni: se non li vedessimo arrivare?
  • Una strada per tutti i caduti degli anni di piombo?
  • La Commissione per la riconciliazione in Sud Africa
  • Il Libro degli incontri
  • L’introduzione della giustizia riparativa
  • Un ponte verso la vittima invisibile
  • Il cappello del nonno

6' di lettura

Se è vero che ogni incontro è innanzitutto una promessa, Adolfo Ceretti manterrà fino in fondo la sua, in questo dialogo senza sconti sulle lacerazioni mai sanate del nostro passato recente, sul buio di certi delitti incomprensibili o sui segnali di questa fase storica di virulenta contrapposizione, in cui più che mai «la risposta di giustizia non può essere solo la pena per gli autori dei reati. Questo non sana le ferite», sospira l’uomo che nella lunga carriera da criminologo ha accompagnato la «condivisione di memorie, che non è memoria condivisa» tra chi sembrava destinato ad essere soltanto l’avversario.

Gli incontri «scandalosi» e le parole fragili

Incontri per alcuni scandalosi, per altri impossibili, che invece con «parole fragili» hanno permesso anche ad ex della lotta armata e a figli dei loro bersagli di «avanzare gli uni verso gli altri in una dimensione non ostile e verso parole a poco a poco accettate da tutti». O, con altra tensione emotiva, di far dialogare i ragazzi del movimento Ultima generazione con i rappresentanti delle Istituzioni imbrattate dalle loro incursioni ambientaliste.

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Il colloquio col padre della giustizia riparativa

L’appuntamento con il principale regista della giustizia riparativa in Italia, classe 1955, avviene nel suo studio nel centro della sua Milano, tra una call con la Colombia - dove il professore dell’Università Bicocca ha accompagnato l’avvicinamento tra Farc, formazioni paramilitari e vittime, oltre alla formazione dei mediatori - un convegno a Parigi - città che ha conosciuto il valore dell’incontro anche nel dialogo tra il padre di una giovane uccisa nell’attentato al Bataclan e quello di uno dei terroristi; e la trasferta a Monaco per la finale Champions League della sua Inter.

Le cronache raccontano della difficoltà di avviare colloqui tra russi-ucraini o israeliani e palestinesi, ma enfatizzano altresì le contrapposizioni nostrane intorno alle commemorazioni di caduti in epoca di terrorismo politico o storie di minacce contro oppositori additati a nemici.

Memorie congelate e mancata elaborazione

«È l’esito di una mancata elaborazione di quanto avvenuto: non c’è mai stato un confronto sulle matrici che hanno esasperato i conflitti, deflagrati negli di piombo. Così per ognuno la memoria, trasmessa dalla famiglia, resta congelata; nessuno vede l’altro e il tempo radicalizza le posizioni. Poi i social fanno il resto». Medita su ogni parola Adolfo Ceretti, consapevole dell’importanza di non drammatizzare, ma neanche sminuire quanto avviene in un’epoca di aggressività verbale dilagante. Lui che la violenza cieca, ancor prima di scandagliarla da studioso, l’ha vista montare a Milano, quando «i tazebao della Figc venivano stracciati anche da gruppi di Avanguardia operaia o Lotta continua e questo per me era inconcepibile. Inaccettabile calpestare le idee dell’altro; le parole devono tendere a costruire un dialogo anche impossibile».

La formazione familiare, il delitto Galli

Per lui fu la solidità di una famiglia «profondamente cattolica e radicalmente antifascista» - padre gioielliere della borghesia milanese, madre-pilastro dell’intero nucleo - a trasmettergli la naturale repulsione verso ogni forma di prepotenza, in cui già si scorgeva la degenerazione di certe frange, che attirarono invece molti coetanei. «Poi ci fu il delitto Galli (19 marzo 1980). Quando vedi il tuo professore, Guido Galli, con cui stavo preparando la tesi, un magistrato, ammazzato davanti all’aula universitaria c’è solo aberrazione». Not in my name.

Il Labirinto della gioventù bruciata

La gioventù bruciata di quegli anni Ceretti ha continuato ad ascoltarla per tutta la vita, contribuendo a far uscire le vittime di quella violenza da una lunga condizione di marginalità e loro, i detenuti politici, dalla prigione del proprio labirinto, titolo di uno spettacolo teatrale del 1988: «mi turbò moltissimo. Gli invisibili si autorappresentavano sul palco: Franco Bonisoli, Lauro Azzolini, Enzo Fontana e altri ex della lotta armata». Come in un percorso di maieutica, dopo flash di memoria Ceretti ci affida un’analisi sull’attualità.

Le nuove aggregazioni: se non li vedessimo arrivare?

«Noi non sappiamo cosa stia davvero bollendo in pentola al di là di questa dilagante aggressività. Nei social confluiscono passioni disorganizzate, primitive, legate all’idea che esisti solo se riesci a contrapporti. È il tempo delle tribù, per dirla con Michel Maffesoli, l’era dell’ inaridimento delle istituzioni, della polverizzazione del corpo sociale; l’era delle reti effimere e delle scariche pulsionali. Negli anni Settanta entravi con il corpo nelle assemblee e in certi pensieri, anche inaccettabili. Oggi le aggregazioni avvengono in luoghi dove l’opinione pubblica ha meno capacità di cogliere quanto sta maturando, ci si radicalizza su internet. Potremmo per questo essere sorpresi e non averli visti arrivare». Non sottovalutare, non drammatizzare.

Una strada per tutti i caduti degli anni di piombo?

Tutto è destinato a restare così, se non a riproporsi allora? Non è mai tardi, a detta dell’uomo abituato a riparare i guasti dei reati peggiori, per «un percorso in cui gli eredi di tutti quei movimenti si affidino ad un gruppo di persone terze, da tutti considerati autorevoli e imparziali, per iniziare a far confluire i pensieri attorno a questioni irrisolte». In questa prospettiva la proposta del sindaco di Milano, Beppe Sala, di intitolare una strada a tutti i giovani caduti in quell’era di follie ideologiche e pistole facili potrebbe essere «l’esito di un percorso di ricomposizione, un gesto simbolico importante di arrivo, non il contrario». Come la messa che il cardinale Carlo Maria Martini celebrò per tutte le vittime degli anni di piombo, senza distinzione.

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La Commissione per la riconciliazione in Sud Africa

La prima difficoltà «è trovare arbitri riconosciuti da tutti super partes, condizione che sancì il successo della Commissione per la verità e la riconciliazione in Sud Africa» alla fine dell’Apartheid. Esempio fulgido di giustizia riparativa, un percorso di «riconoscimento da parte dell’autore del reato della propria responsabilità - spiega Ceretti - con la disponibilità a riparare con un gesto simbolico. Questo fa uscire la vittima dal suo paradigma cimiteriale, secondo la definizione provocatoria del saggio di Daniele Giglioli (Critica della vittima. Nottetempo). Fuori dall’isolamento del trauma, di nuovo nel mondo. «È il riconoscimento della società dell’altro difficile», chiosa, richiamando un’espressione di Claudia Mazzucato, docente all’Università Cattolica, uno degli «incontri decisivi della mia carriera, insieme a tutto il gruppo di quell’ateneo; e poi quello con Marta Cartabia».

Il Libro dell’ incontro

Con Mazzucato e col gesuita Guido Bertagna, Ceretti condividerà l’esperienza del Gruppo, sette anni di avvicinamento tra «persone che avevano subito un male terribile e chi quel male lo aveva causato, tutti uniti da qualcosa di tanto misterioso, quanto forte e ineludibile: la domanda di giustizia», si legge nel prologo del Libro dell’incontro, storia del cammino di vittime e responsabili della lotta armata verso «parole accettate» e occhi nuovi. Parole e occhi di chi ha ascoltato, come Agnese Moro, figlia dello statista democristiano ucciso dalle Brigate Rosse, che aprì anche le porte di casa al Gruppo.

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L’introduzione della giustizia riparativa

Rispetto ai tempi di quell’esperienza «scomoda e scandalosa», la giustizia riparativa è ormai parte del nostro ordinamento - (anche se mancano ultimi passaggi attuativi) - sempre più «accettata anche da penalisti inizialmente contrari – ricorda Ceretti - proprio per il suo meticciato di sguardi». Un connubio di visioni, come nelle discussioni che portarono alla nostra Costituzione. Autorevoli voci del dibattito pubblico arrivano a teorizzare un futuro primato di questa ”giustizia mite” sul processo penale. «Ma per me, come dice Agnese Moro, prima il fallo va fischiato e il gioco interrotto», scandisce. Prima, cioè, devono esserci le sentenze pronunciate in nome del popolo italiano; poi o in contemporanea, può fluire la giustizia dell’incontro. Così è stato in Sud America, nel cammino avviato dopo la deposizione delle armi da parte delle Farc; così è stato nelle singole, atroci storie di cui è stato chiamato ad occuparsi: la ragazza che uccide col fidanzato madre e fratello, senza essere mai abbandonata dal padre; l’uomo che dopo aver fatto scoppiare la casa, provocando la morte della moglie e di una coppia di vicini, ritrova la figlia, ustionata nell’esplosione. E’ quel bisogno di ricostruire «un livello di familiarità che ha solo indirettamente rapporto con la qualsiasi norma penale: aiuta le vittime ad andare avanti e gli autori dei delitti ad essere riaccolti nella comunità». Una parola, comunità, centrale nei percorsi di riparazione, perché il reato irradia i suoi effetti distruttivi sull’intero contesto. «Una parola che siamo riusciti a far inserire nella legge», sorride Ceretti, che coordinò il gruppo di lavoro sulla giustizia riparativa, istituito dall’allora Guardasigilli Marta Cartabia.

Un ponte verso la vittima invisibile

Ma un figlio degli anni Settanta come è approdato a tale approccio, fino a poco tempo fa sconosciuto? «Un varco cominciò ad aprirsi negli anni ’80: da componente esperto del Tribunale di sorveglianza di Milano, mi trovai ad ascoltare in aula la lettera inviata da un ex dei Gap, Gruppi d’azione partigiana, nella sua istanza di liberazione condizionale, alla vedova del poliziotto ucciso in un posto di blocco. Ecco, in quel momento si è come presentato davanti agli occhi il volto di quella donna, completamente emarginata dalla legislazione; sentivo di dover cercare qualcosa di più e di diverso dal diritto penale. Quella lettera fu l’innesco di una serie di spaesamenti e ricerche su come gettare un ponte verso questo soggetto invisibile, la vittima».

Il cappello del nonno

Le parole scorrono lente su più direttrici temporali e più volte lo sguardo di Adolfo Ceretti si posa su un cappello grigio a falde larghe: «eredità del nonno di cui porto il nome. Monarchico liberale, fu uno dei sette avvocati che non si iscrisse al partito fascista e subì un processo di regime. Alla famiglia fu confiscata la casa e lui si ritrovò gli squadristi sotto casa: non lo picchiavano, ma gli facevano cadere questo cappello. Si doveva così chinare a raccoglierlo, gesti che definisco piccole scomuniche dal mondo». Un memento dei disastri che ogni forma di sopruso può generare, nelle relazioni tra persone e tra Stati. Il contrario della ricerca dell’ incontri, su cui poggia una giustizia, capace a volte più delle condanne di riparare le lacerazioni del male.

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