Ceretti: «Mancata l’elaborazione degli anni di piombo, rischiamo sorprese»
Il criminologo: «Oggi ci si radicalizza sul web. La giustizia riparativa può sanare le ferite»
6' di lettura
- Gli incontri «scandalosi» e le parole fragili
- Il colloquio col padre della giustizia riparativa
- Memorie congelate e mancata elaborazione
- La formazione familiare, il delitto Galli
- Il Labirinto della gioventù bruciata
- Le nuove aggregazioni: se non li vedessimo arrivare?
- Una strada per tutti i caduti degli anni di piombo?
- La Commissione per la riconciliazione in Sud Africa
- Il Libro degli incontri
- L’introduzione della giustizia riparativa
- Un ponte verso la vittima invisibile
- Il cappello del nonno
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Se è vero che ogni incontro è innanzitutto una promessa, Adolfo Ceretti manterrà fino in fondo la sua, in questo dialogo senza sconti sulle lacerazioni mai sanate del nostro passato recente, sul buio di certi delitti incomprensibili o sui segnali di questa fase storica di virulenta contrapposizione, in cui più che mai «la risposta di giustizia non può essere solo la pena per gli autori dei reati. Questo non sana le ferite», sospira l’uomo che nella lunga carriera da criminologo ha accompagnato la «condivisione di memorie, che non è memoria condivisa» tra chi sembrava destinato ad essere soltanto l’avversario.
Gli incontri «scandalosi» e le parole fragili
Incontri per alcuni scandalosi, per altri impossibili, che invece con «parole fragili» hanno permesso anche ad ex della lotta armata e a figli dei loro bersagli di «avanzare gli uni verso gli altri in una dimensione non ostile e verso parole a poco a poco accettate da tutti». O, con altra tensione emotiva, di far dialogare i ragazzi del movimento Ultima generazione con i rappresentanti delle Istituzioni imbrattate dalle loro incursioni ambientaliste.
Il colloquio col padre della giustizia riparativa
L’appuntamento con il principale regista della giustizia riparativa in Italia, classe 1955, avviene nel suo studio nel centro della sua Milano, tra una call con la Colombia - dove il professore dell’Università Bicocca ha accompagnato l’avvicinamento tra Farc, formazioni paramilitari e vittime, oltre alla formazione dei mediatori - un convegno a Parigi - città che ha conosciuto il valore dell’incontro anche nel dialogo tra il padre di una giovane uccisa nell’attentato al Bataclan e quello di uno dei terroristi; e la trasferta a Monaco per la finale Champions League della sua Inter.
Le cronache raccontano della difficoltà di avviare colloqui tra russi-ucraini o israeliani e palestinesi, ma enfatizzano altresì le contrapposizioni nostrane intorno alle commemorazioni di caduti in epoca di terrorismo politico o storie di minacce contro oppositori additati a nemici.
Memorie congelate e mancata elaborazione
«È l’esito di una mancata elaborazione di quanto avvenuto: non c’è mai stato un confronto sulle matrici che hanno esasperato i conflitti, deflagrati negli di piombo. Così per ognuno la memoria, trasmessa dalla famiglia, resta congelata; nessuno vede l’altro e il tempo radicalizza le posizioni. Poi i social fanno il resto». Medita su ogni parola Adolfo Ceretti, consapevole dell’importanza di non drammatizzare, ma neanche sminuire quanto avviene in un’epoca di aggressività verbale dilagante. Lui che la violenza cieca, ancor prima di scandagliarla da studioso, l’ha vista montare a Milano, quando «i tazebao della Figc venivano stracciati anche da gruppi di Avanguardia operaia o Lotta continua e questo per me era inconcepibile. Inaccettabile calpestare le idee dell’altro; le parole devono tendere a costruire un dialogo anche impossibile».









