Centri in Albania, due anni senza pace. Ed è buio sui costi effettivi
Il bilancio dell’esperimento: uno slalom tra gli alt dei giudici e le norme per superarli. Il 13 novembre Giorgia Meloni rilancerà, aprendo con Edi Rama a Roma il primo vertice ufficiale Italia-Albania
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I punti chiave
- A Roma il 13 novembre si terrà il primo vertice Italia-Albania
- L’aspettativa di 36mila persone l’anno
- Le spese previste a regime: 650 milioni in cinque anni
- Le procedure accelerate di frontiera
- Il nodo dei Paesi «sicuri»
- Quasi un anno per l’operatività dei centri
- Il primo decreto legge
- I nuovi flop e lo scontro con la magistratura
- Le pronunce della Cassazione
- A gennaio il terzo trasferimento fallito
- Il secondo decreto legge
- Il quarto fallimento e la nuova correzione normativa
- Il verdetto della Corte Ue: legittimo il controllo dei giudici sui singoli casi
- Resta solo il Cpr, da sanare il vuoto segnalato dalla Consulta
- Orizzonte 2026, tra Patto Ue e revisione convenzioni
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Compie due anni oggi il protocollo Italia-Albania grazie al quale sono stati realizzati l’hotspot di Shëngjin e il centro di Gjader, operativo al momento soltanto come centro di permanenza per il rimpatrio. L’obiettivo del Governo - “esternalizzare” le frontiere e costruire un modello innovativo per la gestione dei migranti irregolari - si è rivelato più difficile del previsto, e sicuramente fallimentare rispetto alle previsioni, anche per la lunga teoria di mancate convalide dei trattenimenti decise dai giudici. Rispetto alla capienza teorica di 3mila migranti contestuali, finora, secondo il Viminale, sono transitate dalle strutture albanesi «circa un migliaio di persone» in tutto. Attualmente sono presenti circa 40 stranieri.
A Roma il 13 novembre si terrà il primo vertice Italia-Albania
Giorgia Meloni non demorde. A inizio anno, in conferenza stampa, aveva promesso: «I centri in Albania funzioneranno, dovessi passarci ogni notte da qui alla fine del Governo». La premier accoglierà di nuovo a Roma l’omologo albanese Edi Rama il 13 novembre per il primo vertice ufficiale Italia-Albania dal 2010, quando i due Paesi hanno sottoscritto la Dichiarazione di partenariato strategico. In quella occasione sarà siglato un accordo di cooperazione strategica in almeno dieci settori, dalla sanità all’immigrazione, e sarà rinnovato anche l’impegno sui centri. In attesa - questa è la speranza del Governo - che con l’entrata in vigore del nuovo Patto migrazione e asilo dell’Unione europea, da giugno 2026, i «return hub», ovvero i centri per i rimpatri nei Paesi terzi proposti nel regolamento sui rimpatri dalla Commissione Ue, possano diventare un modello per tutti.
L’aspettativa di 36mila persone l’anno
La storia comincia il 6 novembre del 2023, quando il protocollo Roma-Tirana viene firmato a Palazzo Chigi da Meloni e Rama. Con tre scopi, sottolineati dalla premier: «Contrastare il traffico di esseri umani, prevenire i flussi migratori illegali e accogliere solamente chi ha davvero diritto alla protezione internazionale». Le strutture «potranno accogliere inizialmente fino a 3mila persone, che rimarranno in questi centri il tempo necessario a poter velocemente espletare le procedure per la trattazione delle domande di asilo ed eventualmente ai fini del rimpatrio». Meloni si spinge oltre: «Si tratta di massimo 3mila persone contestuali, ma è chiaro che utilizzando le procedure accelerate che consentono di processare le richieste in 28 giorni, con questo progetto, a regime, questi numeri possano essere considerati mensili e quindi il flusso complessivo annuale potrà arrivare fino a 36mila persone che si alternano». Non andrà così.
Oltre 650 milioni in cinque anni, ma è rebus sui costi effettivi
Le spese elencate nella legge di ratifica (n. 14/2024, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 22 febbraio) ammontano a circa 650 milioni per i cinque anni previsti dall’accordo e ricomprendono una grande varietà di voci, dalla manutenzione alle assunzioni, dalle assicurazioni alle trasferte del personale dall’Italia: quest’ultima è la più consistente (oltre 250 milioni). Per il noleggio della nave la «consultazione preliminare del mercato» lanciata dal Viminale parla di un massimo di 13,5 milioni per tre mesi. La cooperativa Medihospes si aggiudica l’appalto per gestire l’accoglienza per 24 mesi con un’offerta di 133,8 milioni di euro. Ma è impossibile ricostruire oggi quali siano stati sinora i costi effettivi: nessun dato è reso disponibile dal Governo. ActionAid ha presentato un esposto alla Corte dei conti e calcolato, insieme con l’Università di Bari, come il centro di Gjader sia costato ben 570.400 euro per i pochi giorni in cui è stato operativo nel 2024 per venti persone: 114mila euro al giorno.
Le procedure accelerate di frontiera
La legge 14 stabilisce che nelle strutture in Albania possano essere condotte solamente persone imbarcate su mezzi delle autorità italiane, anche a seguito di operazioni di soccorso, in zone situate all’esterno del mare territoriale della Repubblica o di altri Stati Ue. Le aree concesse in uso all’Italia da parte dell’Albania sono state equiparate alle zone di frontiera o di transito, nelle quali, in presenza di determinate condizioni, si può svolgere una procedura accelerata di esame delle domande di protezione internazionale. Quella, appunto, di 28 giorni (sette per la decisione della Commissione territoriale sull’asilo o sul rimpatrio, 14 per un eventuale ricorso e altri sette per il verdetto finale), che è stata ampliata in Italia dal decreto Cutro ai migranti provenienti dai Paesi considerati sicuri per il rimpatrio.









