Nella visione di Nye, Trump conosce il suo pubblico, e non dovrebbe essere sottostimato come comunicatore. «Ciò che offende i commentatori nei media e nelle accademie non disturba i sostenitori [di Trump]», osserva. In quanto veterano di reality show, il presidente ha imparato che «la chiave del successo è monopolizzare l’attenzione di chi ti guarda, e per farlo servono dichiarazioni estreme, senza preoccuparsi troppo della verità».
Uno degli esempi più eclatanti durante i primi 100 giorni della nuova amministrazione è arrivato quando Trump, contro le prove delle sue stesse agenzie, ha accusato Obama di aver fatto spiare i telefoni della Trump Tower durante la campagna del 2016. Nina Khrushcheva della New School non è certamente l’unica a ipotizzare che Trump prenda le sue informazioni da «Fox News, blog razzista dell’alt-right e dalle pazze sfuriate dei talk radio», invece che «da professionisti del Dipartimento di Stato e dei servizi di intelligence e dell’esercito». Il risultato, afferma Khrushcheva, è «una forma di politica vudù: la regola basata sui ’fatti alternativi’ e su teorie infondate e non testabili che lanciano il proprio tipo di incantesimo sui cittadini che faticano a comprendere un mondo e un’economia globalizzati da cui si sentono alienati».
Tutto ciò sottolinea una prospettiva allarmante. Anche se Trump stesso si preoccupa unicamente dell’auto-promozione, la sua «impulsività è roba da incubo», scrive Skidelsky, «non solo perché lo rende manipolabile da chi vanta agende più ponderate, ma anche per la quantità di giochi mortali di cui dispone». Di parere simile, Mark Leonard del Consiglio europeo sulle relazioni estere avverte che, «il fatto che Trump non sia un ideologo non significa che non possa essere il canale di una nuova ideologia».
Il fatto che Trump non sia un ideologo non significa che non possa essere il canale di una nuova ideologia
Leonard intravede un possibile parallelismo con Margaret Thatcher nella Gran Bretagna degli anni Ottanta. Sicuramente, Trump «punta a spazzare via il consenso neoliberale dei mercati non regolamentati, la privatizzazione, il libero scambio e l’immigrazione» su cui si basava il thatcherismo. Il punto, spiega Leonard, è che la Thatcher, come Trump, non aveva bisogno di definire il suo progetto politico. «Doveva semplicemente attirare persone capaci di affinare l’ideologia e il programma politico che avrebbero poi portato il suo nome».
L’analisi di Leonard non è che un avvertimento per coloro che si sentono rincuorati dalla presunta perdita dello stato di grazia di Bannon all’interno dell’amministrazione. «Se gli oppositori progressisti di Trump non riusciranno a impegnarsi seriamente con le forze riflesse e rafforzate dalla vittoria di Trump», Leonard giunge alla conclusione che, «neanche l’impeachment sarà sufficiente a rimettere il genio trumpiano nella bottiglia».
Trump International
È un genio che ha famiglia in Europa. Chris Patten, cancelliere dell’Università di Oxford, vede anche molti altri Paesi – compresi Regno Unito, Ungheria e Polonia – «muoversi verso una diversa tipologia di politica», laddove il nazionalismo e il populismo diventano veicoli di «imminente autoritarismo». Nel Regno Unito, il premier Theresa May è diventata compagna di viaggio di Trump, mentre persegue una “hard Brexit” (quella che May chiama una «clean break» dall’unione doganale e dal mercato unico europeo). Eppure, come ci ricorda Patten, non c’è alcun mandato popolare per questo. «Un mero 52% degli elettori britannici ha preso la decisione di uscire dall’Ue lo scorso giugno», fa notare. Fatto più importante, «per che cosa avessero esattamente votato resta un mistero».
Le rapide elezioni indette dalla May per l’8 giugno potrebbero conferirle il mandato politico di cui non dispone da quando è subentrata a David Cameron, il cui governo presentò le dimissioni immediatamente dopo il referendum sulla Brexit dello scorso anno. I sondaggi d’opinione danno il Partito conservatore in testain Parlamento. Ma Philippe Legrain dello European Institute della London School of Economics fa notare che la May aveva ripetutamente promesso di non indire elezioni prima della data regolarmente programmata nel 2020. Di fatto, «disattendendo cinicamente la sua promessa – secondo Legrain – potrebbe negativamente erodere la fiducia che il pubblico ha riposto in lei». E la tempistica della May è curiosa: le elezioni si terranno dopo che lei avrà già formalmente avviato il processo di uscita del Regno Unito dall’Ue a marzo, ma prima che gli elettori conoscano i termini del divorzio stesso.
Per come considera il futuro post-Ue del Regno Unito, la May si è avvicinata non solo a Trump, ma anche al presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Nel suo tentativo (ben più radicale) di salvaguardare il suo potere, Erdogan ha recentemente dichiarato la vittoria in un referendum indetto per sostituire il sistema parlamentare della Turchia con quello che Soli Özel dell’Università di Kadir Has descrive come «un sistema presidenziale alla turca che è fatto su misura» per Erdogan stesso.
Özel fa notare che, «malgrado l’alta posta in gioco del referendum – l’abbandono del vecchio quadro politico della Repubblica turca – non c’è stato alcun serio o intenso dibattito prima del voto». Il referendum è stato indetto dopo «una inesorabile campagna di offuscamento, travisamento e vilipendio», e in uno «stato di emergenza» che è in vigore dal tentato colpo di stato dello scorso luglio. Dopo il voto, Erdogan ha ricevuto una telefonata di congratulazioni da Trump. Ma «considerando come sia ora profondamente diviso il Paese – scrive Özel – la sua vittoria sul filo di lana potrebbe rivelarsi una vittoria pirrica».
Mentre Erdogan pregiudica rapidamente le possibilità della Turchia di aderire all’Ue, i Paesi già nel blocco stanno anche mettendo alla prova i propri valori fondamentali, sotto la leadership degli analoghi di Trump come il primo ministro ungherese Viktor Orbán e il leader de facto della Polonia, presidente del partito Diritto e Giustizia (PiS), Jaroslaw Kaczyński. Nel caso della Polonia, scrive Slawomir Sierakowski dell’Institute for Advanced Study di Varsavia, il PiS potrebbe occupare una pagina della storia di Erdogan. A seguito delle repressioni nel settore giudiziario e nei media, PiS sta «effettuando una riorganizzazione rivoluzionaria dell’esercito, un’opportunità che non si vedeva dall’imposizione del governo comunista». E anche Kaczyński ha turbato lo status quo a livello Ue, mettendo a rischio recentemente la candidatura del suo principale rivale politico, l’ex primo ministro polacco Donald Tusk, a un altro mandato come presidente del Consiglio europeo.
Guy Verhofstadt, ex primo ministro belga che guida l’ALDE (Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa) nel Parlamento europeo, descrive le misure che sta ora intraprendendo l’Ue contro il governo PiS. E Verhofstadt sostiene che «fino a quando non annullerà le sue politiche illiberali», la Polonia dovrà affrontare ulteriori misure per contenere i fondi Ue che riceve e i privilegi di cui gode grazie all’adesione all’Ue. «Infine», però, «solo il popolo polacco potrà decidere il destino del proprio Paese», conclude Verhofstadt, ed è ottimista sul fatto che i polacchi «scenderanno presto in piazza per opporsi all’orientamento del governo verso l’autoritarismo e per garantire un futuro più luminoso alla Polonia e al cuore dell’Europa».
Dopo 100 giorni di Trump, mantenere a vista quest’obiettivo potrebbe essere la chiave – non solo per gli americani – per navigare in sicurezza nei prossimi cento giorni che dovremo fronteggiare.
Traduzione di Simona Polverino
Copyright: Project Syndicate, 2017.