Cellulare o frigo rotto? Arriva la svolta della Ue: ecco quando scatta il diritto alla riparazione
In vigore dal 30 luglio le nuove regole da recepire entro il 2026. Si punta a facilitare il ripristino, ma resta il nodo dell’accesso ai ricambi
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La lavastoviglie che non scarica l’acqua, il guasto al termostato del frigo o alla fotocamera dello smartphone. Soprattutto se l’inconveniente capita dopo la scadenza della garanzia, il pensiero va all’acquisto di un prodotto nuovo, e non alla sua riparazione. Anche volendo, spesso ci si sente dire che riparare non è possibile perché costa troppo o i pezzi di ricambio non sono disponibili.
Con la direttiva Ue 2024/1799 entrata in vigore lo scorso 30 luglio – che sancisce il diritto alla riparazione dei beni danneggiati o difettosi – si apre un nuovo capitolo. L’obiettivo è rendere la riparazione dei prodotti più facile, veloce ed economica. I fabbricanti sono obbligati a riparare – sia in caso di difetto sia in caso di usura – i prodotti tecnicamente riparabili secondo il diritto dell’Ue anche dopo la scadenza della garanzia legale di due anni. Questo deve avvenire a un prezzo “ragionevole”, e sempre secondo tempistiche “ragionevoli”. Se il bene per cui si chiede la riparazione è ancora in garanzia legale, beneficerà di un’estensione di un anno. I produttori dovranno informare i consumatori sui prodotti che sono obbligati a riparare tramite un modulo che renda trasparenti condizioni e prezzi. Infine, entro il 31 luglio 2027 dovrà essere attiva una piattaforma europea, con canali nazionali, per consentire ai consumatori di trovare riparatori, venditori di beni ricondizionati, acquirenti di beni difettosi, repair café.
Gli Stati membri hanno 24 mesi di tempo per recepire la direttiva. Nell’immediato per i consumatori non ci sono ricadute né diritti azionabili. La speranza dei consumatori però è che i Paesi si dimostrino rapidi e incisivi nel recepimento.
I prodotti che rientrano nella direttiva sono soprattutto elettrodomestici, smartphone e tablet, ma la lista si potrà ampliare in futuro.
I limiti delle regole europee
«Molti prodotti, come stampanti, cuffie stereo, computer portatili, ferri da stiro, tostapane e macchine per il caffè, oggi non sono inclusi fra i beni su cui ha impatto la direttiva: ci batteremo perché lo siano in futuro», spiega Ugo Vallauri, co-fondatore di Right to Repair Europe, che rappresenta oltre cento organizzazioni da 21 Paesi europei. «La direttiva non indica un limite massimo per i costi delle riparazioni e per i prezzi dei pezzi di ricambio. Si parla solo di costi “ragionevoli”». Vallauri spiega che la direttiva prova a incidere sui prezzi in altri modi, «chiedendo che gli Stati facciano una mappatura dei servizi di riparazione e introducendo un form volontario per aiutare i consumatori a confrontare i prezzi. Inoltre, per la prima volta si inizia a mettere freno all’utilizzo del software per bloccare l’uso di pezzi di ricambio di seconda mano o di terze parti».
Giovanna Capuzzo, vicepresidente di Federconsumatori, individua altri aspetti in cui la direttiva avrebbe potuto fare di più: «Sarebbe stata importante l’introduzione dell’obbligo e non della facoltà dei riparatori di fornire gratuitamente il modulo europeo di informazioni sulla riparazione; rendere il servizio eventuale di diagnostica gratuito ai fini della riparazione e stabilire l’obbligo di fornire un bene sostitutivo per la durata della riparazione. Infine rendere obbligatoria la registrazione dei riparatori alla piattaforma online».








