Corte d’appello di Milano

Caso Pifferi, per la prima volta il clamore mediatico pesa sulla sanzione

Riconosciuti gli effetti negativi - Concesse le attenuanti

Processo ad Alessia Pifferi in tribunale - Cronaca - Milano, Italia - Lunedì, 13 Maggio 2024 (foto Stefano Porta / LaPresse)


Trial of Alessia Pifferi in court - News - Milano, Italy - Monday, May 13, 2024 (photo Stefano Porta / LaPresse)

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Per la prima volta il clamore mediatico sollevato da una vicenda giudiziaria trova riverbero nella determinazione della pena, contribuendo ad abbassarla attraverso il riconoscimento delle attenuanti generiche. Accade nella vicenda giudiziaria che ha visto la Corte d’appello di Milano rivedere la sanzione inflitta ad Alessia Pifferi, che nel 2022 lasciò morire di stenti la figlia di 18 mesi, da ergastolo a 24 anni di reclusione. Cruciale sul piano giuridico il bilanciamento deciso dai giudici di secondo grado tra attenuanti e l’unica aggravante sopravvissuta, quella del rapporto di filiazione.

Il bilanciamento

Tra gli elementi alla base della pronuncia sul punto della Corte d’appello, la n. 26 della Prima sezione penale depositata il 7 gennai, anche il clamore mediatico sollevato dalla vicenda che ha convinto i giudici ad accogliere la richiesta della difesa, richiesta che «in un diverso contesto processuale d in sé, sarebbe richiesta a dir poco singolare e atipica. Nel senso e per gli effetti sino a qui specificati è, invece, addirittura fondata e pertanto la si accoglie come uno dei motivi da porre a sostegno dell’elisione dell’unica circostanza aggravante sopravvissuta al vaglio dibattimentale».

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Il prima e dopo

Infatti, nella valutazione della condotta di Pifferi, rilevante ai fini del bilanciamento delle circostanze i giudici individuano un prima e un dopo. Dove il dopo è pesantemente condizionato dall’esplodere sui media di un caso trattato in maniera del tutto esorbitante rispetto ai criteri del giornalismo giudiziario, che la Corte riconosce come «servizio pubblico essenziale», o d’inchiesta.

Il nodo mediatico

Piuttosto, sottolinea la sentenza, «il “caso-Alessia-Diana-Pifferi” è divenuto per lo più oggetto di quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove — comprensibilmente curando più le esigenze dei palinsesti che il rispetto delle regole e dei diritti (delle vittime principalmente ma non solo) — esibendo una “sapienza” giuridica e “intuizioni” investigative di qualità facile da immaginare — si è adusi a condannare o assolvere, secondo pregiudizio e secondo copione, discettando di innocenza e colpevolezza».

La sola pena giusta

E guai, prosegue la Corte d’appello, a quel provvedimento giurisdizionale che osi sostituire misure cautelari con altre meno affilittive. Anatemi su quella sentenza che abbia l’ardire di non infliggere ergastoli o, se inflitti in prime cure, di riformarli, escludendo aggravanti o riconoscendo attenuanti, così ponendosi in conflitto con “la giustizia attesa”, cioè quella conforme al “comune sentire”.

L’effetto sul processo

Dal generale al particolare poi: «il processo-televisivo-Pifferi — non quello sui social, ma sol perché l’imputata, da persona detenuta, non ha avuto a disposizione devices idonei allo scopo anche se è quasi certo che perniciosa eco le sia pervenuta, compresa quella del processo-televisivo-Pifferi-bis — ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla sua condotta processuale; ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove di carattere tecnico e scientifico; ha condizionato la spontaneità di molte testimonianze, prima fra tutte quella della Parte Civile Maria Assandri, trasformandola obtorto collo in inflessibile accusatrice della figlia per non essere, a sua volta, investita dalla pubblica esecrazione. Se verba sunt lapides, difficile negare la “lapidazione verbale” dell’imputata Alessia Pifferi».

Il paradigma accusatorio

E allora, accusa la Corte, in un processo tutt’altro che indiziario, piuttosto in quasi flagranza di reato, i media, impossibilitati a ricostruzioni fantasiose, hanno dato «ampio spazio all’insultante florilegio: madre perfida, madre assassina, callida e pericolosa delinquente, inveterata mentitrice, bugiarda patologica, lucida, cinica ma soprattutto spietata killer che fa “esperimenti” di “buona riuscita” del delitto, via via lasciando alla figlioletta sempre meno acqua e latte, sino a raggiungere l’agognato scopo infanticida».

Gli attori

Con l’ulteriore passaggio che ha visto attori del processo in Aula gli stessi protagonisti “televisivi”: identiche le persone fisiche degli avvocati, attuali e persino a mandato revocato (o rinunciato); identica la persona fisica della consulente di parte civile «a tacere del pugnace ed indomito iperpresenzialismo della stessa parte civile-sorella. Tutti a misurarsi con ospiti pronti a discettare di perizie non ancora trattate nella sede processuale sua propria e a distillare opinioni personali sulle circostanze aggravanti, ad affermare — da presunti esperti in medicina psichiatrica e supposti conoscitori di codici e pandette — la sicura imputabilità, l’integrazione di tutte le aggravanti, ivi compresa la non contestata crudeltà, scommettendo perciò sull’ergastolo come unica pena equa».

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