Paesaggi sostenibili

Case eccentriche come organismi viventi: l’architettura organica ritorna attuale

Muri che s’inclinano e curvano, strutture ramificate, tetti che assomigliano a onde e manti animali, pavimenti scultura. In un’epoca di catastrofi climatiche, uno slancio costruttivo di fusione con la natura.

di Edwin Heathcote

La Casa sulla cascata progettata da Frank Lloyd Wright a Pittsburgh in Pennsylvania, 1935. © NPL – DeA Picture Library/Bridgeman Images

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È sempre esistito un Modernismo diverso. Non quello dei muri bianchi, minimalista e austero, ma un’architettura organica, calda, eccentrica e bizzarra, che si mostra come una voce fuori dal coro, un alter ego giocoso.

Il Modernismo che tutti conoscono – il Bauhaus, il Brutalismo, lo Stile internazionale – è emerso verso la fine della Prima guerra mondiale. Ma lo stesso si può dire per l’architettura organica, un Modernismo parallelo sviluppatosi dall’Espressionismo dell’epoca, più che dalle ossessioni meccanicistiche dei moderni più convenzionali. I suoi modelli di riferimento sono gli alberi e i paesaggi, le grotte e le foreste più che le macchine. Anche oggi l’architettura organica appare futuristica e, nonostante sia stata adombrata dalla sua cugina più seria, non è mai scomparsa. L’espressione architettura organica fu coniata da Frank Lloyd Wright che rivendicava di esserne il padre. Eppure esisteva da sempre, e in forme ancora più selvagge di quelle azzardate da Wright. La Bavinger House, ora demolita, progettata negli anni Cinquanta dall’architetto Bruce Goff a Norman, Oklahoma, negli Stati Uniti, era un edificio caotico a spirale, con un tetto attorcigliato sorretto da cavi tirati da un albero ma estro, tipo palo della cuccagna, con pareti realizzate con pietre grezze. Nulla in confronto a ciò che si trovava all’interno: un paesaggio di funghi sospesi a testa in giù sopra a una piscina e un pavimento che sembrava il risultato di un terremoto. La sua assurda demolizione nel 2016 ha portato a rivalutare gli edifici organici, architetture fuori dal comune, magnetiche e folli.

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Casa Orgánica di Javier Senosiain, 1984, a Città del Messico. © Anna Dave

Le figure principali di questo movimento costituiscono un gruppo eterogeneo. C’era, per esempio, Rudolf Steiner, nato nel 1861, esoterista, occultista e mistico austriaco, fondatore dell’antroposofia. È conosciuto per quasi tutto quello che ha progettato e ideato – in particolare per la pedagogia Waldorf e steineriana da lui avviata e persino per il marchio di cosmesi Weleda – eccetto che per la sua architettura. Eppure una visita al Goetheanum, a poche fermate di tram da Basilea, è una rivelazione. Questo enorme mostro di calcestruzzo proto-brutalista esprime l’avversione organicistica agli angoli retti: un edificio che sembra creato con uno stampo per argilla, dove il capitello di ciascuna colonna si attorciglia e si trasforma in una pianta inconsueta. Steiner si preoccupava soprattutto che l’architettura organica desse l’impressione di essere cresciuta e di essersi sviluppata come una pianta dal suo seme. Non sembra possibile che questa struttura visionaria sia stata ideata un secolo fa – il suo predecessore, una cupola di legno, era altrettanto meravigliosa, ma fu distrutta dal fuoco nel 1922.

L’interno del Goetheanum, vicino a Basilea, progettato da Rudolf Steiner. © Bildarchiv Monheim GmbH/Alamy Stock Photo

Si scorgono legami con il mondo di Gaudí, edifici come castelli di sabbia con guglie simili a stalagmiti e fantasie fiabesche. Nello stesso periodo in Germania, però, Erich Mendelsohn stava progettando la Torre Einstein, un osservatorio espressionista affusolato, un edificio stazionario eppure pieno di movimento, che esprime il modo in cui le idee del fisico hanno distorto le allora consuete nozioni di spazio e tempo; e altri architetti, tra cui Bruno Taut, Hugo Häring e Hans Poelzig, stavano costruendo una risposta alle restrizioni del Modernismo Bauhaus a partire da una certa libertà fluida.

La Torre Einstein a Potsdam, progettata da Erich Mendelsohn . ©Getty Images

L’architettura organica sembra davvero fiorire nei momenti di crisi esistenziale: durante gli anni della Repubblica di Weimar e poi durante la Guerra Fredda (e forse ora di nuovo, nell’epoca della crisi climatica). La paura dell’annientamento nucleare probabilmente spinse una generazione a guardare sottoterra, a case che ricordavano i bunker o a grotte elementari in grado di offrire protezione. L’architetto messicano Juan O’Gorman abbandonò il Modernismo convenzionale a favore dell’architettura organica nella sua Casa O’Gorman (1948-1954), una grotta naturale di lava a Città del Messico, nel quartiere di El Pedregal, un’altra meraviglia andata perduta.

La casa Nautilus a Naucalpan, Messico, progettata da Javier Senosia ©Shutterstock

Il suo conterraneo Javier Senosiain ha realizzato un’opera duratura di case biomorfiche dai colori psichedelici che sembra espressione di pensieri lisergici e suggestioni da film di fantascienza anni Sessanta con un’eco disorientante. Gli interni si sviluppano e si avvolgono, tanto che i pavimenti diventano pareti, per poi trasformarsi in tavoli, mensole e scaffali, ovviando al bisogno di inserire qualsiasi mobile convenzionale (difficile in ogni caso da collocare in un ambiente privo di muri dritti), e le case si annidano in giardini rigogliosi e paesaggi alieni. La casa Nautilus, sempre di Senosiain, costruita a Naucalpan nel 2007, è uno sguardo nella vita quotidiana di un paguro – con vetrate variopinte dall’effetto psichedelico –, dal design antisismico. Mentre nella sua precedente Casa Orgánica (1984) a Città del Messico, un esperimento di bioarchitettura, ci si sente come intrappolati all’interno di un orecchio gigantesco. Eccentrica, ma straordinariamente bella.

L’architetto Juan O’Gorman e sua moglie a Casa O’Gorman in Messico. ©Shutterstock

L’architetto ungherese Antti Lovag scolpiva forme aliene simili già negli anni Sessanta, la più famosa è la residenza che progettò per Pierre Bernard, poi acquistata da Pierre Cardin. Si tratta del Palais Bulles, una casa scultura con moduli a forma di bolle vicino a Cannes, ricorda il Primitivismo del deserto di Guerre stellari e rappresenta un paesaggio da sogno di forme bizzarre fuse in qualcosa che richiama creature marine, ufo o barriere coralline fantastiche, con, ovviamente, un auditorium da 500 posti come un teatro greco con il Mediterraneo alle spalle.

La Kellogg Doolittle House progettata da Ken Kellogg nel Joshua Tree National Park, California. © Richard Powers/Living Inside

Un altro ungherese, Imre Makovecz, sviluppò un ramo dell’architettura organica derivata dalle idee filosofiche di Steiner su natura e metamorfosi, con spunti tratti da Frank Lloyd Wright e un’ingente dose di carpenteria popolare ungherese. Makovecz approfondì il suo stile lavorando nei boschi vicino a Budapest negli anni Ottanta, dove di fatto era stato esiliato quando era diventato scomodo per il potere. Usò il legno delle foreste per scolpire un nuovo linguaggio, lavorando con gli artigiani anziani ed emarginati della Transilvania e usando le loro abilità per realizzare qualcosa di volutamente diverso dalle case piatte in stile sovietico che erano diventate la norma nell’architettura del blocco orientale. Partendo da edifici per campeggi e centri sociali, si è fatto strada fino a realizzare chiese straordinarie cariche di arcana sacralità e una cappella funebre (al Farkasrét di Budapest, 1975) che ricorda l’interno della balena di Giona, con la bara posizionata dove sarebbe il cuore: una vera metafora di resurrezione. Di tutti questi architetti, Makovecz è stato uno dei maggiori rappresentanti dell’Organicismo, così come delle sue possibili insidie, dalla deriva politica alla vicinanza al kitsch. Ha anche ispirato un’intera scuola di architetti nel Paese, una nuova generazione di designer che lavorano il legno per realizzare edifici marcatamente espressionisti: ha creato un forte senso del luogo, uno scopo e un’identità per borghi dimenticati.

La sede parametrica del gruppo BEEAH negli Emirati Arabi Uniti, ad opera di Zaha Hadid Architects. © Hufton+Crow

Wright non aveva ragione forse a pensare che fosse tutto merito suo, ma è stato tramite i suoi discepoli che il movimento ha raggiunto il suo apogeo nazionale. Forse si accorda con quel tipico impulso americano a distinguersi, quello spirito libero delle praterie che mantiene un legame diretto con la natura. Oltre a Bruce Goff c’era Herb Greene, con la sua magica Prairie Chicken House a Norman, Oklahoma (1961), dove le tegole di legno sembrano piume arruffate di un uccello mostruoso che sta per spiccare il volo, o un ispido bufalo solitario nella pianura. O ancora la Creek House, ondulata in stile Hobbit, di Arthur Dyson, senza dimenticare poi l’opera di James Hubbell: la Sea Ranch Chapel, in California è un’onda esuberante con la cresta di schiuma composta da tegole di legno, pietre e rame patinato di un architetto artista che concepiva i suoi edifici come opere d’arte totali per tutti i sensi.

La casa di Pierre Cardin, il Palais Bulles, progettato da Antti Lovag. © Camera Press/Laif

I seguaci di Wright hanno continuato a sperimentare l’organico anche nel design, diramandosi in tutte le direzioni – come John Lautner, che, con il suo Modernismo anni Cinquanta super contemporaneo, con tinte organiche, a Hollywood divenne il preferito degli allestitori di covi per i cattivi. E Ken Kellogg, la cui Kellogg Doolittle House, ai margini del Joshua Tree National Park in California, rimane una casa che ha fatto scuola. Allontanandosi dal calore del legno, questa è una dimora molto più dura – sembra un armadillo schiacciato dentro il fianco di una collina. All’interno i muri si inclinano e curvano, abbracciano e liberano: una sorta di Brutalismo alleggerito, che conserva l’energia formale, ma non la pesantezza. Più simile alla Opera House di Sydney di Jørn Utzon nella sua decostruzione segmentata, ingloba in sé anche la topografia, con rocce e massi che si affacciano nei locali interni a creare accenti materici. Come molte case organiche, sembra emergere dal paesaggio, non si impone su di esso.

SFER IK Museion a Francisco Uh May, Messico, ideato da Jorge Eduardo Neira Sterkel. © SFER IK Museum and Roth Architecture

Il movimento ha proseguito poi grazie al design parametrico di Zaha Hadid Architects e altri innovatori con temporanei come MAD Architects. “Gli edifici organici hanno la forza e la leggerezza di una ragnatela”, scrisse Wright. “Caratterizzati dalla luce, generati dal carattere nativo rispetto all’ambiente, in connubio con il suolo”.

Forse l’epoca attuale di catastrofi climatiche ci ha spinto a guardare di nuovo a edifici che si confondono con la Terra, che ricreano foreste e onde, che accettano le fondamentali forze della natura, invece di contrapporsi a esse. Queste strutture eccezionali, espressive ed eccentriche, mostrano come si dovrebbe lavorare con la Terra e non contro di lei.

The Cloudscape di Haikou, in Cina, a opera di MAD Architects. © ArchExist

FORZA E LEGGEREZZA Arthur Dyson, arthurdyson.com. Herb Greene, herbgreene.org. James Hubbell, jameshubbell.org; Sea Ranch Chapel, thesearanchchapel.org. Ken Kellogg, wkkf.org; Kellogg Doolittle House kelloggdoolittlehouse.com. John Lautner, johnlautner.org. Antti Lovag, Palais Bulles, palaisbulles.com. MAD Architects, i-mad.com. Imre Makovecz, makovecz.hu. Erich Mendelsohn, Torre Einstein, aip.de. Juan O’Gorman, fundacionogorman.com. Javier Senosiain, @javiersenosiaina; Casa Orgánica, casaorganica.org. Rudolf Steiner, Goetheanum, goetheanum.ch. Jorge Eduardo Neira Sterkel, SFER IK Museion, sferik.art. Frank Lloyd Wright, franklloydwright.org; Casa sulla cascata, fallingwater.org. Zaha Hadid Architects, zaha-hadid.com.

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