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Case in affitto e poche opportunità per i figli: le conseguenze dei salari fermi in Italia

Analizzato un campione di 4 milioni di lavoratori: la metà di loro ha perso potere d’acquisto negli ultimi 5 anni

di Redazione Roma

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Partiamo da un dato: lo stipendio della metà dei lavoratori italiani (il 51%) è cresciuto meno dell’inflazione tra il 2019 e il 2024. Significa che i cittadini hanno perso potere d’acquisto, a causa dei rincari e dei salari che non sono aumentati allo stesso modo.

Gli effetti si riflettono su ampie fasce della popolazione: non tutti possono permettersi spese educative o sportive per i figli, mentre sul fronte abitativo la condizione di chi vive in affitto è economicamente più fragile.

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L’analisi su più di 4 milioni di precompilate

Il periodo preso in esame nel rapporto Iref Acli integra la pandemia e, in teoria, il periodo di ripresa successivo. L’analisi si basa su un campione di circa 4 milioni di 730, prendendo prende in esame sei anni fiscali (appunto, dal 2019 al 2024).

Bassa mobilità salariale

Salari fermi vuol dire anche cristallizzazione delle posizioni nel mercato del lavoro. Un’altra caratteristica italiana: è raro migliorare la propria posizione reddituale.

Tradotto in numeri: due persone su tre che nel 2020 erano nel quintile più basso sono rimaste in quella fascia; mentre l’80% di chi era nel quintile più alto resta in alto.

E se in altri Paesi la seconda occupazione può rendere più vivace il mercato, in Italia non è così. Circa un lavoratore su quattro ha più di un datore di lavoro, ma continua a percepire redditi inferiori rispetto ai lavoratori stabili, con un divario medio che supera i 10mila euro annui.

Qualcosa di positivo emerge anche, ma è circostanziato alla stabilità dei giovani e non ai loro stipendi. Quasi il 60% dei precari tra i 25 e i 34 anni raggiunge una maggiore stabilità nel periodo esaminato, anche se rimane alta la percentuale (16,7%) di chi resta in una “stabilità precaria”, con redditi mediani attorno a 20.485 euro.

Casa e spese per i figli: ecco le conseguenze

Arriviamo alle conseguenze di un mercato del lavoro statico. La prima riguarda l’abitazione. Tra chi vive in affitto il reddito mediano si ferma a 20.526 euro, circa il 23% in meno rispetto ai proprietari di casa. Non solo: un affittuario su quattro ha un contratto intermittente o precario, contro poco più del 4% della platea generale. La fragilità reddituale, quindi, si somma a quella abitativa.

La seconda riguarda le famiglie e, in particolare, la spesa per i figli. Secondo il rapporto, il 38% delle famiglie con figli e almeno un lavoratore dipendente non sostiene alcuna spesa detraibile per istruzione o attività sportive. La quota cresce sensibilmente tra i redditi più bassi, dove arriva al 66,5%.

«Servono politiche strutturali sul lavoro»

Arriviamo all’attualità, allora. Perché secondo Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli, «questi dati ci dicono che servono politiche strutturali sul lavoro, non sulla precarietà come eccezione da gestire, ma sulla dignità del lavoro come regola da costruire. Serve una visione, serve edilizia residenziale sociale, servono contratti di affitto accessibili per chi è giovane, per chi è solo, per chi è precario. Le priorità di un Paese si misurano da dove questo decide di stanziare le risorse. E le priorità della nostra Italia, in questo momento, non corrispondono ai bisogni che questo rapporto documenta».

La vicepresidente vicaria Raffaella Dispenza ricorda la «crisi trentennale dei salari reali in Italia, unico paese che, come ci dice l’Ocse, negli ultimi 30 anni ha visto una contrazione delle retribuzioni reali, a differenza di paesi come la Francia o la Germania che hanno visto invece un aumento di più del 30%. Una forbice drammatica e assolutamente non giustificabile per un Paese come il nostro».

Infine, il direttore scientifico dell’ASviS, Enrico Giovannini, spiega che «l’aumento delle disuguaglianze è la causa di una bassa crescita economica. Questo vuol dire che servono politiche trasformative all’insegna dell’equità e della sostenibilità. Con questa ennesima, e prevedibile, crisi energetica l’Italia rischia una nuova recessione o, nel migliore dei casi, una stagnazione, accompagnata da una ripresa dell’inflazione, che colpirà maggiormente i redditi bassi».

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