Casa Serafini, ontologia dello sfratto
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Non ho mai amato gli appelli: penso che servano a ben poco e, di solito, arrivano quando è ormai troppo tardi. Dunque non ne sto facendo uno. Ma mi limito a una constatazione. Lo sfratto della casa di Luigi Serafini – l’artista del Codex, con che i suoi sogni surreali(sti), le sue uova, le sue pulcinelle, i suoi ghirigori indecifrabili epperò precisissimi, anima l’arte italiana più bizzarra dagli anni 80 – è quasi esecutivo. A metà ottobre, o giù di lì, l’ufficiale giudiziario si presenterà nella sua dimora per “restituirla” ai, per carità, legali proprietari. Il problema – niente appelli, ripeto, solo una banale constatazione –, è proprio questo. La casa ontologica e patafisica di Serafini, negli anni, non è più la casa dove abita l’artista, è diventata, a tutti gli effetti, un’opera dell’artista Serafini, inscindibile dal resto del suo corpus: è palese per chiunque ne varchi la soglia anche una sola volta e per un istante. Non so, non mi intendo, e nemmeno mi interessa, approfondire le vicende legali, che mi auguro trovino un appianamento pacifico: dico soltanto che la sovrintendenza, il ministero della cultura o chi per essi, dovrebbero prendere seriamente a cuore la faccenda. La casa ontologica di Serafini, finita da anni nelle migliori riviste internazionali, è un progetto da salvaguardare (esiste un modo per farlo?), un sogno in forma di casa che esprime la fantasia e l’eccentricità di un artista anche di recente esposto al Mart o al Labirinto di Franco Maria Ricci, l’uomo che ha dato il via alla sua carriera. Non è una questione di proprietario contro affittuario, e non sarebbe l’approccio giusto. Credo, spero, si possa fare ancora qualcosa, trovare una mediazione costruttiva, per non far trionfare l’immobilismo, l’immobiliarismo, ma l’arte, l’inconsueto. La meraviglia. Una volta tanto.







