Ogni anno, con l’arrivo dell’inverno, la questione dell’accoglienza dei richiedenti asilo torna al centro del dibattito politico europeo. Ma nel 2025 la pressione sul sistema abitativo non è più solo stagionale: è diventata strutturale. Dalla cintura urbana di Bruxelles ai campi isolati della Grecia continentale, passando per l’Italia, l’Unione europea si confronta con una carenza cronica di alloggi per chi chiede protezione internazionale. Una crisi aggravata da tagli governativi, ritardi amministrativi e, in alcuni casi, da una precisa strategia di deterrenza.
Grecia: campi, isolamento e tagli
In Grecia l’accoglienza statale dei richiedenti asilo avviene quasi esclusivamente nei campi, spesso situati in aree isolate e prive di collegamenti adeguati. A ottobre 2025 circa 22.400 persone vivevano in strutture con una capacità teorica superiore, ma nella pratica l’accesso ai posti disponibili è spesso negato. I rapporti delle organizzazioni indipendenti descrivono condizioni che non rispettano gli standard minimi: carenze di vestiario invernale, beni essenziali distribuiti in quantità insufficienti, servizi intermittenti e assenza di misure di integrazione.
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Quasi 9 mila persone vulnerabili sono state identificate nei primi nove mesi del 2025, ma senza strutture dedicate. Il programma “Stirixis”, annunciato nel 2022 per offrire alloggi urbani a persone estremamente vulnerabili, non è mai stato avviato. Anche per i rifugiati riconosciuti la situazione resta critica: il programma Helios+, che prevede sussidi all’affitto e percorsi di integrazione, è sottodimensionato rispetto ai bisogni e procede con forti ritardi. Nell’autunno 2025 il governo ha annunciato l’abolizione dei sussidi all’affitto, alimentando polemiche e tensioni politiche.
Italia: accoglienza diffusa, ma sotto pressione
Il sistema italiano di accoglienza si articola tra centri di prima accoglienza, Centri di accoglienza straordinaria e il Sistema di accoglienza e integrazione (SAI), gestito dagli enti locali. Nel 2025 risultavano attivi oltre 870 progetti SAI, coordinati da circa 2 mila comuni, che coinvolgevano più di 55 mila persone inserite in percorsi di integrazione abitativa e sociale.
Il modello italiano punta sulla diffusione territoriale dell’accoglienza, evitando grandi concentrazioni, e sulla connessione con i servizi locali. Tuttavia, il sistema resta esposto alla pressione dei flussi e alla scarsità di alloggi disponibili nei territori, in un contesto di crescente tensione sul mercato immobiliare. L’accesso all’edilizia residenziale pubblica è formalmente garantito anche ai titolari di protezione internazionale, ma la competizione con altre fasce vulnerabili limita fortemente le possibilità di inserimento abitativo stabile.
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Francia: quando l’accoglienza diventa orientamento
Nel panorama europeo la Francia rappresenta uno dei pochi casi in cui l’accoglienza ha assunto una dimensione più strutturata. Accanto ai centri tradizionali, il Paese ha sviluppato una rete di Centri di accoglienza e orientamento: strutture che offrono non solo un alloggio temporaneo ma anche accompagnamento amministrativo, sanitario e sociale. Ricavati spesso da edifici riadattati, questi centri mirano a facilitare l’accesso alla procedura di asilo e la successiva ricerca di una sistemazione stabile. Pur non esente da criticità, il modello francese è spesso indicato come una buona pratica perché riduce il ricorso a soluzioni puramente emergenziali e rafforza il legame con i territori.
Belgio, un sistema saturo che genera precarietà
In Belgio l’accoglienza dei richiedenti asilo è gestita principalmente da Fedasil, l’agenzia federale che coordina centri collettivi e alloggi individuali in collaborazione con ONG, enti locali e Centri pubblici di assistenza sociale. Al 1° novembre 2025 Fedasil disponeva di 34.900 posti, con un tasso di occupazione del 93%: 32.334 persone risultavano ospitate, l’87% in strutture collettive. La lista d’attesa contava 1.782 persone.
Nel 2024 le domande di protezione internazionale sono state 39.615, in aumento dell’11,6% rispetto all’anno precedente. Secondo Medici Senza Frontiere, nel corso del 2024 il numero di persone rimaste ogni mese in lista d’attesa ha oscillato tra 2 mila e 4 mila, senza accesso a un alloggio ufficiale per una media di quattro mesi. Il risultato è una diffusione della precarietà abitativa, con persone costrette a dormire in strada o in sistemazioni di fortuna.
Nonostante l’apertura di nuovi posti e l’accelerazione delle procedure, il sistema resta strutturalmente sovraccarico. La prospettiva di una riduzione futura dei posti disponibili, annunciata dal governo, rischia di aggravare ulteriormente la situazione, mentre dal 2021 la risposta alla crisi è stata in larga parte sostenuta da iniziative locali e organizzazioni della società civile.
Irlanda, una crisi abitativa generalizzata
In Irlanda la pressione sul sistema di accoglienza si intreccia con una crisi abitativa generalizzata. Il Paese disponeva di una rete consolidata di strutture per richiedenti asilo, spesso ricavate da hotel e ostelli. Dopo la pandemia, però, gli arrivi sono aumentati rapidamente: dalle 7.224 persone ospitate a fine 2021 si è passati a 19.104 nel giro di dodici mesi, fino alle 32.656 registrate a novembre 2025.
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Oggi 323 centri ospitano richiedenti asilo, ma la maggioranza sono strutture di emergenza. In alcuni casi, uomini soli sono stati sistemati in alloggi tentati: 406 persone risultavano ancora in questa condizione a novembre, un dato in calo rispetto all’anno precedente ma indicativo della pressione sul sistema. Parallelamente emerge un fenomeno nuovo: persone che, una volta ottenuto lo status di protezione, lasciano i centri senza riuscire a trovare un’abitazione e finiscono senzatetto.
Il tutto avviene in un clima politico sempre più teso, segnato da proteste dell’estrema destra e da episodi di violenza contro strutture destinate all’accoglienza.
Un’Europa che arretra
Belgio, Irlanda, Grecia e Italia mostrano modelli diversi, ma una traiettoria comune: la difficoltà dell’Unione europea nel garantire un diritto fondamentale come l’alloggio a chi chiede protezione. Mentre l’inverno avanza, l’accoglienza resta affidata a soluzioni temporanee e a iniziative locali. In assenza di politiche abitative strutturali, il rischio è che la crisi dell’asilo si trasformi definitivamente in una crisi sociale più ampia.