Cartoline dall’Italia, le vendite calano ma c’è ancora chi le compra e le regala
Tra souvenir, nostalgia e comunicazione lenta, le cartoline resistono al declino digitale in Italia e in Europa, trasformandosi da messaggi di viaggio a oggetti culturali e di memoria
di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore) e Hedvig Arató (HVG, Ungheria)
4' di lettura
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L’utilizzo non è proprio lo stesso degli anni ‘90, ma le cartoline, nell’era dei social e dei selfie, resistono. E continuano a occupare gli espositori di negozi o edicole. Magari non si mandano più ad amici e parenti per certificare la “vacanza”, ma c’è ancora chi le compra, soprattutto come souvenir. A Cagliari, nelle edicole davanti al porto, gestite prevalentemente da stranieri e dove si vendono giornali, ma anche oggetti e altri articoli destinati ai turisti, le cartoline del capoluogo sardo non mancano. Foto con scorci della città sul mare, delle spiagge o del porto. C’è poi qualche negozio che vende le nuove cartoline, a edizione limitata, realizzate da fotografi che propongono scenari non sempre accessibili ai turisti che immortalano la città con gli smartphone.
Il quadro non cambia se ci si sposta altrove. A Roma, dalla stazione Termini, fino al Vaticano, passando per le strade del centro le cartoline sono sempre negli espositori. Naturalmente cambiano i soggetti. Si trovano cartoline del Colosseo, di piazza di Spagna e di molti altri scorci. Stesso discorso se ci si sposta a Firenze o Bologna. Le cartoline resistono anche se si vendono meno francobolli e si spediscono in quantità minore. «Il mercato è in forte declino e si è ridotto moltissimo in oltre dieci anni - commenta Andrea Cossu, docente di Sociologia della cultura e ricerca sociale all’università di Trento-. Chi, prima dell’avvento dei social e degli smartphone chi andava in vacanza aveva una lista di persone, amici, parenti e amici dei genitori a cui mandare le cartoline. Oggi questo è un fenomeno contratto».
Il sociologo aggiunge: «Perché questi locali continuano a tenere cartoline sapendo che la vendita è in forte diminuzione e l’altro, perché quelli che hanno iniziato continuano a vendere le cartoline». Poi un esempio: «Faccio sempre un racconto: a San Pietro c’è una grandissima competizione e una forte attenzione per i souvenir a basso costo. La cartolina attira l’attenzione e permette ai venditori di avere clienti più tempo nei negozi». C’è poi anche un altro aspetto: «Con i social, ma prima ancora con le prime macchine fotografiche digitali, le vacanze sono documentate in maniera invasiva - prosegue il docente -. Ora ne possiamo fare centinaia e sono impersonali. Per certe persone trovarsi con una cartolina e una bella foto e portare via una bella foto che risponde a criteri estetici, magari scattate da posizioni difficili da raggiungere normalmente, è qualcosa di più del selfie».
E, se cala il numero dei pezzi venduti, cambia la qualità. «Ci sono formati differenti, più grandi o più piccoli - dice ancora e invece di spedirle si consegnano a mano. Come è capitato a me per Natale». Souvenir che non si mandano più agli altri ma si usano come segnalibri o piccoli quadri. Senza dimenticare poi che, come sottolinea il sociologo, in un mondo che digitalizza tutto al massimo, «e dove i sistemi diventano velocemente obsoleti, il supporto di carta resta sempre valido».
Uno sguardo oltreconfine: il caso Ungheria
Se in Italia la cartolina resiste soprattutto come souvenir, in altri Paesi europei il suo ruolo è legato anche a una forte eredità storica. È il caso dell’Ungheria, che occupa un posto particolare nella storia della comunicazione postale: la prima cartolina ufficiale al mondo fu emessa il 1° ottobre 1869 all’interno dell’Impero austro-ungarico, rendendo il Paese uno dei pionieri assoluti di questo formato.


