Cartografie del possibile, una nuova governance del patrimonio culturale
Il volume propone una gestione partecipata e supera la contrapposizione tra pubblico e privato. Liberamente scaricabile con una mappa delle buone pratiche
4' di lettura
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La netta distinzione della gestione del patrimonio culturale, esercitata in forma diretta dal soggetto pubblico oppure, in alternativa, in forma indiretta dal privato, secondo una visione economicista e utilitarista, ha ormai esaurito la propria funzione ed è pronta per essere archiviata. Prima la legge Ronchey del 1993, che introdusse i servizi aggiuntivi al pubblico, poi il Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004, che sancì la distinzione tra le due forme di gestione e, in un certo senso, anche la loro contrapposizione, riflettono una visione del mondo oggi superata dalla cooperazione dal basso e dall’introduzione di strumenti legislativi innovativi.
Un’alternativa dal basso possibile
“Cartografie del possibile. Cultura, governance partecipata e cooperazione per nuove istituzioni civiche”, il numero speciale della rivista Economia della Cultura (Il Mulino), curato da Giovanna Barni, consigliera delegata Innovazione di CoopCulture, offre ai lettori una prospettiva innovativa sulla gestione partecipata del patrimonio culturale, presentando tre modelli tra loro complementari, e non alternativi. La cooperativa di comunità, il partenariato speciale pubblico-privato e la rete territoriale declinata nella forma organizzativa della Destination Management Organization (DMO) sono le risposte particolarmente efficaci per costruire governance territoriali democratiche, eque e multilivello, capaci di operare su scale diverse e di generare sviluppo duraturo, contribuendo al tempo stesso ad arginare lo spopolamento e la fuga dei giovani da molte aree del Paese.
Il volume nasce nell’ambito del progetto di ricerca PNRR CHANGES, Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society, che ha coinvolto un ampio network di università e partner privati, ed è scaricabile in open access dal sito Rivisteweb. Si propone come una guida teorica completa, arricchita da una mappatura nazionale di buone pratiche e offre indicazioni operative utili a strutturare in modo sostenibile la gestione efficiente di un progetto culturale. Nel volume si delinea una nuova sintassi della gestione partecipata, che consente di oltrepassare parole ridondanti e vetuste come valorizzazione, promozione e fruizione, ormai irrigidite in una retorica stanca e spesso ripetute meccanicamente a sproposito da politici e assessori alla cultura.
L’innesco è il momento, quasi anarchico, in cui si attiva il dialogo tra le parti: è l’avvio della relazione, la fase dell’apertura e dell’ascolto, della rimozione delle barriere fisiche e simboliche, della costruzione di narrazioni inclusive capaci di far riconoscere le comunità nei luoghi culturali. L’innesco, tuttavia, rischia di arenarsi e di essere vanificato senza l’innesto, ossia la costruzione di infrastrutture relazionali e istituzionali in grado di garantire durata, stabilità e continuità organizzativa, con ruoli e responsabilità riconosciuti e complementari e con una effettiva capacità giuridica e istituzionale di cooperare. La governance partecipata, dunque, si fonda su un bilanciamento tra queste due componenti: un equilibrio dinamico e, talvolta, fragile.
Geografia delle buone pratiche
Le buone pratiche selezionate, visualizzabili sulla mappa nazionale interattiva della piattaforma ArcGIS, evidenziano 58 realtà di Partenariato Speciale Pubblico-Privato, 101 Cooperative di Comunità e 148 DMO strutturate in forma di rete, nelle quali sono coinvolti 3.252 comuni, pari a circa la metà del totale nazionale. Si rileva una diffusione per tutto l’intero Paese dei PSPP (Partenariato Speciale Pubblico-Privato), ma con una distribuzione disomogenea. Difatti i Partenariati si concentrano soprattutto nei territori intermedi e nelle aree interne della dorsale appenninica, in particolare nel Centro e nel Sud, mentre risultano più frammentati al Nord e meno presenti nei grandi poli urbani e turistici. Nella mappa si rileva una maggiore concentrazione nell’Italia centrale, in particolare tra Umbria, Marche, Lazio interno e Abruzzo.
Le Cooperative di Comunità culturali mostrano una presenza ampia ma fortemente legata alle aree interne, collinari e montane, spesso segnate da marginalità e spopolamento. La loro presenza è maggiormente sviluppata in Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria. Le DMO partecipate, invece, si concentrano soprattutto nel Centro-Nord, dove esistono già maggiori capacità organizzative, coordinamento tra attori e una più solida tradizione di governance integrata del turismo, mentre la presenza nel Mezzogiorno risulta molto più scarsa.
Le attività in cui lavorano sono Arte, cultura, archeologia, Enogastronomia, Natura e turismo, Benessere e relax e in una combinazione di uno o più settori. In realtà, è difficile incasellare una piccola realtà in un solo ambito, anche perché spesso queste strutture rappresentano il braccio operativo delle amministrazioni comunali e si occupano, oltre che delle attività indicate nel volume, anche di servizi di manutenzione e pulizia, trasporto e welfare. La vocazione culturale rappresenta l’attività prevalente nell’86,2% dei Partenariati selezionati. Le Cooperative di Comunità, invece, svolgono almeno due attività nel 40,6% dei casi e tre nel 35,6%, combinando spesso cultura, turismo ed enogastronomia. Le reti territoriali e le DMO, per loro natura, presentano nel 74% dei casi un’articolazione di attività miste che va oltre gli ambiti indicati e si estende anche al commercio, all’artigianato e ai trasporti.
Per chi volesse approfondire la piattaforma indica in maniera puntuale le singole realtà individuate nel campione, consentendo di approfondirne la missione e la vocazione, oltre che di collocarle all’interno di uno specifico contesto territoriale. Il volume si sofferma anche sul problema della sostenibilità economica di queste realtà, dove spesso servizi come biglietti, didattica e visite guidate non producono un reddito autosostenente, ma devono essere letti come strumenti di diffusione della cultura che vanno ben oltre il loro valore monetario. La creazione di modelli capaci di autosostenersi nelle aree interne è quasi impossibile, poiché spesso mancano flussi adeguati di visitatori, volumi sufficienti di scambi e una capacità di spesa tale da garantirne la sostenibilità. È quindi evidente la necessità di un intervento pubblico attraverso forme di sostegno diffuse sul territorio. Il testo, sottolinea Barni, “mappa e analizza tre modelli che restituiscono una infrastruttura invisibile della partecipazione e sussidiarietà per il patrimonio come bene comune. Evidenziano caratteristiche similari come: l’attivazione della dimensione plurale e partecipativa; l’approccio cooperativo perché comunità, imprese e istituzioni possano condividere responsabilità di uno sviluppo equo e sostenibile; l’essere già diffusi in tutto il paese, incluse le aree interne e i luoghi meno noti, laddove altri presidi culturali pubblici sono assenti. Occorre promuoverli, incentivarli e sostenerli come vuole il Piano Nazionale per l’economia sociale”.
Lo studio rappresenta una sfida cruciale per chi non crede nella capacità delle aree interne e delle piccole realtà di svilupparsi; allo stesso tempo, offre proposte concrete e valide a chi voglia fare impresa culturale e sociale.









