Caro energia nella top ten delle minacce per le imprese italiane
Secondo la Global risk management survey di Aon preoccupano i possibili rincari o la scarsità di materie prime e la criminalità informatica. Ma solo metà del campione ha strategie di mitigazione dei danni e solo il 30% ha un piano di gestione
5' di lettura
5' di lettura
Caro energia, crisi economica, cyber attacchi e una crescente instabilità geopolitica: è questo il quadrilatero dell’incertezza che segna il 2025 per le imprese italiane. A dirlo è l’indagine biennale Global risk management survey 2025 condotta in 63 Paesi su quasi 3.000 aziende da Aon, azienda attiva nell’intermediazione assicurativa e nella consulenza per la gestione dei rischi e del capitale umano. Il rischio di incremento del prezzo delle materie prime – voce che in Italia ingloba anche l’effetto energia – si conferma in cima alla classifica: quasi il 63% delle imprese intervistate ha già registrato perdite dirette. Seguono gli attacchi cyber e la crisi economica, che ha colpito sette aziende su dieci. La fotografia restituisce un Paese ancora esposto agli shock dei mercati e ai costi energetici, ma più consapevole del peso del rischio nella gestione d’impresa. La ricerca, giunta alla decima edizione, è oggi uno dei più ampi osservatori globali sulla percezione del rischio e racconta come, nel 2025, le aziende italiane si scoprono in prima linea sul fronte dei costi. Oltre alle perdite dovute al rincaro delle materie prime, il 70% delle aziende dichiara infatti di essere stato colpito dagli effetti della crisi economica. L’aumento dei prezzi energetici e la dipendenza dall’importazione di risorse amplificano una fragilità strutturale che espone il sistema industriale più di altri Paesi europei. Secondo Marco Dubini Daccò, presidente esecutivo di Aon Spa, questi risultati «riflettono la pressione che le imprese italiane stanno affrontando, tra volatilità economica e geopolitica, aumento dei costi e trasformazione digitale». Il manager sottolinea che il peso delle materie prime «testimonia la vulnerabilità delle catene di fornitura e l’impatto dell’inflazione sulle strategie industriali», mentre la centralità del rischio cyber «non sorprende, perché l’Europa è una delle aree più colpite al mondo dagli attacchi informatici».
Manca la capacità di reazione
Oltre alla classifica dei rischi, la survey misura anche la capacità di reazione delle aziende. Solo la metà (50%) dispone di un piano di mitigazione o revisione formale contro il rincaro delle materie prime, e appena l’8% ha quantificato la propria esposizione informatica. Meno di un’impresa su tre (30%) ha un piano di risk management operativo. Numeri che descrivono un divario tra percezione e azione, e che contribuiscono – come osserva Dubini Daccò – «a una sottoassicurazione strutturale che espone le aziende a perdite finanziarie e reputazionali». Nonostante queste fragilità, però, l’indagine evidenzia progressi significativi nella cultura del rischio. Oltre il 73% delle organizzazioni italiane dispone oggi di un dipartimento dedicato al risk management, contro il 68% della media globale. Tuttavia, solo il 37,6% utilizza un processo strutturato di identificazione dei rischi a livello aziendale (a fronte del 46,9% globale) e appena il 19% ha tavoli di lavoro con pianificazione annuale. Un segnale, secondo Dubini Daccò, «di una maturità crescente ma ancora in evoluzione, che deve trasformarsi in un approccio proattivo e integrato».
Il report mette in luce anche un aspetto spesso trascurato: oltre il 60% delle imprese italiane ha registrato perdite legate ad almeno uno dei dieci rischi principali, una percentuale superiore alla media globale. Il tessuto economico, composto in larga parte da piccole e medie imprese manifatturiere, amplifica l’impatto degli shock esterni. Gli effetti più gravi arrivano proprio dai rischi cyber e dalle interruzioni del business, con ricadute finanziarie e reputazionali significative. In questo contesto, spiega Dubini Daccò, diventa «essenziale integrare la gestione del rischio nei processi di pianificazione aziendale, adottando modelli di prevenzione, simulazione e trasferimento che permettano alle imprese di reagire con rapidità e proteggere il proprio valore nel lungo periodo».
Nel prossimo triennio focus su rischi ambientali
Guardando al futuro, invece, la mappa dei rischi per i prossimi tre anni si sposta verso temi ambientali e sociali: i cambiamenti climatici entrano infatti per la prima volta nelle prime cinque priorità, assieme a crisi economica e rischio cyber. L’Italia, infatti, pur mantenendo una forte attenzione ai costi e alla produttività, mostra una sensibilità crescente verso la sostenibilità. È un segnale di evoluzione culturale che allinea il Paese ai grandi trend globali che stanno ridisegnando la geografia della vulnerabilità. «Le imprese italiane stanno evolvendo nel modo di percepire il rischio: cresce la consapevolezza ambientale e si afferma una visione più integrata, capace di connettere digitalizzazione, clima e volatilità geopolitica», sottolinea Dubini Daccò. La Survey 2025 descrive così un Paese che cambia: un sistema produttivo esposto ma non più inconsapevole, che comincia a leggere il rischio come componente della propria competitività. «Le imprese italiane – dice Dubini Daccò – stanno imparando a trasformare la complessità in opportunità, combinando dati, analisi predittiva e strategie di resilienza di lungo periodo». E in questa traiettoria, la vera sfida sarà far convivere tutela e crescita. Perché, spiega il presidente, «l’attenzione ai rischi globali e all’ambiente deve andare di pari passo con lo sviluppo di un adeguato welfare aziendale». Il messaggio è chiaro. Nel nuovo scenario dell’incertezza permanente, non basta più evitare il rischio: serve saperlo governare. Ed è lì che già oggi si misura la solidità del made in Italy.
A livello globale è allerta massima per gli attacchi Cyber
Mentre in Italia il rischio ha il volto del caro energia, nel resto del mondo assume quello del web e delle tensioni internazionali. Nel 2025, sempre secondo la Global risk management survey 2025 di Aon, le imprese globali si muovono in un contesto di instabilità permanente, dove cyber attacchi e volatilità geopolitica definiscono la nuova mappa delle minacce. Per la prima volta nella storia della ricerca, la volatilità geopolitica entra nella top ten mondiale, dopo un balzo di dodici posizioni rispetto al 2023. Ma al vertice della classifica resta la dimensione digitale:l’attacco informatico o la violazione dei dati si conferma il rischio numero uno per le imprese, seguito da interruzione del business e rallentamento economico. Completano la top ten globale i cambiamenti normativi, la crescente concorrenza, il rischio legato alle materie prime, le rotture nella supply chain, i danni reputazionali o al brand, la volatilità geopolitica e i rischi di liquidità. È la rappresentazione di un rischio globale ormai sistemico, in cui la tecnologia, la politica e l’economia si intrecciano e si amplificano reciprocamente. Nonostante la consapevolezza diffusa, la survey mostra un quadro di preparazione ancora debole: solo il 14% delle organizzazioni monitora la propria esposizione ai principali rischi e appena il 19% utilizza strumenti analitici per valutare i propri programmi assicurativi. Il risultato è una diffusa sottoassicurazione, che lascia le imprese esposte a perdite economiche e reputazionali sempre più frequenti.


