Carne coltivata dalla ricerca made in Trento

L’innovazione. La società Bruno Cell utilizza le conoscenze dell’ingegneria dei tessuti e della medicina rigenerativa per riprodurre i processi naturali. I competitor. Il divieto italiano alla produzione costringe a concentrare gli sforzi esclusivamente sulla ricerca. Collaborazioni con Austria e Germania

di Valentina Saini

Laboratorio. Da un campione animale si selezionano le cellule staminali che  vengono nutrite con  liquido di coltura e crescono nel bioreattore, che produce temperatura, aerazione e altri parametri  per la crescita delle cellule

3' di lettura

3' di lettura

La prima start up italiana della carne coltivata ha sede in Trentino, ed è un esempio di quell’economia della conoscenza che la provincia autonoma ha costruito con decenni di investimenti in ricerca e alta formazione, e che le è valsa persino l’appellativo di “Silicon Valley delle Alpi” da parte di autorevoli quotidiani stranieri (anche se nel Trentino, territorio prevalentemente montano, a differenza che a Palo Alto, sono soprattutto i fondi pubblici a sostenere la ricerca e a promuovere la creazione di aziende innovative).

Bruno Cell, questo il nome della startup, è nata a fine 2019 con un obiettivo preciso: fare a carne coltivata, il cui mercato secondo Barclays potrebbe valere 450 miliardi di dollari nel 2040, una risorsa economicamente sostenibile.

Loading...

Oggi detiene un brevetto proprio in questo senso e fa parte di Feasts, un progetto triennale da 7 milioni di euro di budget col quale l’Unione Europea (nel consueto gergo macchinoso di Bruxelles) intende dotarsi di «un sapere solido e imparziale su carne e prodotti ittici coltivati, e il ruolo che potrebbero giocare in un sistema alimentare sostenibile» e «sviluppare standard in grado di plasmare il futuro sviluppo e l’implementazione di queste tecnologie».

Il laboratorio

Il potenziale sembrerebbe notevole, anche per la lotta al cambiamento climatico: secondo uno studio apparso su The International Journal of Life Cycle Assessment nel gennaio 2023, ad esempio, la produzione di un kg di carne coltivata potrebbe emettere fra i 3 e i 14 kg di CO2 equivalente (CO2e). Secondo dati pubblicati cinque anni fa sulla prestigiosa rivista Science, invece, con il sistema tradizionale si emettono 99,48 kg di CO2e per ogni chilo di carne bovina.

Ma in cosa consiste questo nuovo modo di produrre carne? Basata su conoscenze emerse dalle biotecnologie mediche, dall’ingegneria tissutale e dalla medicina rigenerativa, la tecnologia per produrre carne coltivata riproduce processi che avvengono naturalmente negli animali.

A spiegarlo al Sole 24 Ore Nordest è Nike Schiavo, biotecnologa e membro del team di Bruno Cell: «Da un animale donatore, ad esempio un bovino, un suino, un pollo o un pesce, si preleva una piccola quantità di muscolo o di un’altra parte del corpo. Da questo campione si selezionano le cellule staminali ideali per produrre muscolo e grasso. Queste cellule vengono nutrite attraverso un liquido di coltura contenente carboidrati, proteine, vitamine e sali minerali, possibilmente senza usare altre componenti animali, e crescono nel bioreattore, un contenitore che mantiene temperatura, aerazione e altri parametri chimico-fisici ideali per la crescita cellulare, similmente a quanto avviene per la produzione di yogurt o birra».

Col suo primo brevetto Bruno Cell ha protetto l’innovativa metodologia che ha messo a punto con tre anni di ricerca in collaborazione con l’Università di Trento e che, spiega il ceo Stefano Lattanzi, «induce la maturazione delle cellule tramite la variazione della temperatura anziché con l’uso di una serie di sostanze specifiche. Questo significa realizzare un processo più efficiente rispetto a quanto già accade, con una riduzione dei costi complessivi».

Com’è noto l’Italia ha vietato la produzione e la vendita di carne coltivata l’anno scorso, e infatti Schiavo sottolinea: «Noi ci dedichiamo esclusivamente alla ricerca, non alla produzione. Ad esempio, stiamo portando avanti anche dei progetti per lo sviluppo di linee cellulari di suino, ovino, pollo e pesce. Collaboriamo con vari istituti di ricerca, anche in Austria e Germania».

Gli ostacoli non mancano, ammette Lattanzi. «Fare ricerca a livello industriale in un ambito così nuovo è naturalmente un processo lungo e costoso, che richiede tempi lunghi e sconta tutti i rischi di insuccesso tipici dell’R&D. Diventa ancora più difficile quando il sistema politico del proprio Paese si dichiara apertamente contrario alla commercializzazione del prodotto, pur consentendo la ricerca a riguardo. Indipendentemente dalla qualità della nostra ricerca, risulteremo svantaggiati rispetto a nostri competitor nei Paesi Bassi o Regno Unito, ad esempio, dove esistono finanziamenti pubblici dedicati allo sviluppo del nostro settore e gli investitori si sentono più tranquilli ad allocare risorse».

E se altre parti del mondo, come Stati Uniti e Singapore, sono più avanti nella corsa alla produzione di carne coltivata (benché anche negli Usa non manchino gli oppositori), c’è movimento anche in Europa. Di poche settimane fa, ad esempio, la prima richiesta presentata a Bruxelles per la vendita di carne coltivata, avanzata da una startup francese per un prodotto a base di cellule di anatra da usare per il foie gras. La produzione del paté più famoso del mondo è stata più volte criticata da Ong animaliste e dalla Fao, che denunciano come l’alimentazione forzata usata per ingrassare il fegato delle oche o anatre sia incompatibile con il benessere animale.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti