Palantir e i fondi scardinano la Difesa. Serve un modello di mercato alternativo
di Claudio Antonelli
4' di lettura
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Non ci si pensa mai, ma la legge italiana sul divorzio del 1970, confermata dagli italiani nel 1974, è una legge incredibilmente moderna. In quegli anni - sottolinea l'avvocato Carlo Rimini - nella maggior parte degli Stati occidentali il divorzio era ammesso sulla base di due presupposti alternativi: l'accordo dei coniugi o la colpa di uno di essi. Di qui le frasi dei film americani: “Non ti concedo il divorzio”, oppure “Questa cosa è causa di divorzio”. In Italia invece chi vuole divorziare non ha bisogno né di dimostrare la colpa dell'altro coniuge, né di ottenere il suo consenso. Già negli anni 70, bastava che il coniuge che voleva il divorzio si armasse di tanta pazienza. Bisognava attendere il tempo previsto fra separazione e divorzio: cinque anni. Poi gli anni sono diventati tre. Ora basta un anno (o addirittura sei mesi in caso di separazione consensuale). In sostanza, per divorziare è sufficiente che lo voglia un coniuge. Adesso questo modello di divorzio per volontà unilaterale è diffuso in tutto il mondo, ma noi ci siamo arrivati prima degli altri. La storia ogni tanto fra strani giri.
Non sono sicuro che la decisione di separarsi (e poi divorziare) venga presa nella maggior parte dei casi dalle donne. Penso che il dato che emerge dalle statistiche sia frutto di una sorta di “illusione ottica”. Le statistiche non misurano il dato di chi prende l'iniziativa di porre fine al matrimonio, ma quello relativo a quale dei due coniugi decide, magari dopo una discussione durata mesi per cercare un accordo, di depositare un ricorso in tribunale se l'accordo non viene trovato. L'iniziativa giudiziale viene presa più frequentemente dalle donne perché nella nostra società la moglie è ancora troppo spesso il coniuge economicamente più debole ed è il coniuge economicamente più debole che ha urgenza di rivolgersi al tribunale per ottenere una tutela nel caso in cui non ci sia accordo. Può essere quindi che sia il marito a decide di separarsi, ma sia poi la moglie ad essere costretta a rivolgersi al giudice per ottenere un assegno di mantenimento per sé e per i figli. In questo caso, assai frequente, per le statistiche sarà la moglie a chiedere la separazione, mentre nei fatti è stato il marito a decidere di porre fine al matrimonio.
Penso che il contenzioso economico sia nella maggior parte dei casi legato alla difficoltà di ridistribuire le risorse dopo il fallimento del matrimonio. Due case, magari piccole, costano più dell'unica casa in cui viveva la famiglia unita. Se le risorse sono insufficienti per coprire l'aumento delle spese, devono essere fatti sacrifici e la distribuzione di questi è, nella maggior parte dei casi, all'origine del contenzioso. Purtroppo la nostra legge prevede solo uno strumento (l'assegno periodico di mantenimento) che è del tutto inadeguato a gestire in modo efficiente il conflitto.
Nella maggior parte degli altri Stati occidentali l'assegno di mantenimento è stato sostituito da altri strumenti che evitano che i due ex coniugi restino legati per un tempo lunghissimo da un cordone ombelicale economico. La compensazione dei sacrifici che la parte economicamente più debole ha fatto a favore della famiglia viene, in questi ordinamenti, garantita attraverso la corresponsione di un capitale in un'unica soluzione. Il nostro diritto di famiglia ha però anche un'altra peculiarità: le eventuali colpe di uno dei coniugi, e quindi la violazione dei doveri che derivano dal matrimonio, sono ormai assai poco rilevanti al momento della separazione del divorzio. Questo comporta che il coniuge tradito, o che si sente vittima di qualsiasi comportamento contrario ai doveri matrimoniali, difficilmente riesce ad ottenere che l'altro sia sanzionato per i suoi comportamenti. Il rancore e il desiderio di rivalsa portano allora a trasferire il conflitto su altri temi: le rivendicazioni economiche, ma anche, purtroppo, le questioni relative alla crescita dei figli.
Accade spesso che i giovani, malgrado il matrimonio in crisi, rinuncino a divorziare per due possibili ragioni. Talora lo fanno nell'interesse dei figli. I padri di oggi sono molto più presenti nella vita dei figli dei loro genitori ed accade che non possano sopportare l'idea di perdere il rapporto quotidiano con i bambini. Poi, quando i figli crescono, questa motivazione viene meno e solo allora viene chiesto il divorzio. La seconda ragione che spesso porta a rinviare la decisione di chiedere divorzio è economica:il divorzio è un lusso che molti giovani non possono permettersi perché la vita di una famiglia separata costa troppo. Anche in questo caso, quando i figli crescono e diventano autosufficienti, le spese diminuiscono e in quel momento la decisione di divorziare appare finalmente affrontabile. In entrambi i casi il divorzio in età matura pone fine ad una vita matrimoniale che, dal punto di vista affettivo, è finita da anni.