Lo smart working è una conquista, ma non dovrebbe essere la priorità dei giovani talenti
Lo smart working è una conquista del mondo del lavoro ma non può essere il primo obiettivo da raggiungere, specialmente per i più giovani
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Una delle cose che più mi ha colpito nel mondo post-covid è il ricorrere del tema dello smart working nei colloqui di assunzione di giovani talenti, quasi fosse il fattore principale su cui valutare il potenziale datore di lavoro.
Per sgombrare ogni dubbio dal campo vorrei dichiarare la mia posizione.
Lo smart working è una conquista del mondo del lavoro e il Covid ha permesso di accelerare di dieci anni un processo che era già iniziato in precedenza. Ha liberato ore di sonno, energia e produttività a chi ha un lungo commuting verso il luogo di lavoro. Per chi ha una famiglia, soprattutto per la persona della coppia che si sobbarca il peso di seguire da vicino i figli, ha risolto quel conflitto esistenziale tra prendersi cura dei figli e le proprie aspirazioni e soddisfazioni professionali. O anche semplicemente ha eliminato il dramma che era ricevere un artigiano in casa in orario lavorativo per sistemare piccoli ma urgenti problemi domestici. Di fatto, ammetto che sto scrivendo questo articolo al mare mentre mio figlio è in spiaggia.
Ma tornando alle nuove generazioni, e spero di non fare arrabbiare nessuno, tutto questo non fa ancora per voi. O meglio detto, non dovrebbe essere la vostra priorità nei colloqui in questa fase della vostra vita.
Provo a spiegarmi.









