Car & device: quando le quattroruote diventano architetture emotive
La perfezione tattile di uno smartphone premium, reinterpretata con la profondità sensoriale di un’automobile. La partita del lusso nel design di interni si gioca sull’equilibrio fra l’obsolescenza digitale e il fascino della durata analogica.
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L’automobile è uno smartphone su ruote. Quante volte abbiamo sentito questa affermazione? In realtà non è vera, almeno non del tutto. Tuttavia, nel mondo dell’automotive contemporaneo, il confine tra design, configurazione degli interni e tecnologia si è ormai dissolto in un’osmosi sofisticata. Non più semplici sedili ergonomici o cruscotti funzionali: oggi gli abitacoli sono microcosmi digitali, ambienti immersivi dove estetica, interazione e materia si fondono con una naturalezza che ricorda più un flagship tecnologico che un mezzo di trasporto. E non è un caso che modelli come la Bmw iX3 o la Volvo ES90 interpretino questo passaggio con disinvoltura aristocratica, trasformando l’esperienza di bordo in puro stile.
Prendiamo, per esempio, la Ferrari Luce: la nuova creazione del Cavallino, sviluppata con la sensibilità di un ex designer Apple, Jony Ive, ha acceso un dibattito elitario già nelle sue fasi embrionali. Il risultato finale, al di là della conclamata scarsa aderenza al dna del brand, ha un merito, che va riconosciuto: aver creato un’interfaccia utente che limita i comandi touch e ripropone gli stilemi Apple (forse in un eccessivo déjà vu) e soprattutto di aver introdotto materiali veramente premium come l’alluminio tornito dal pieno. Tutto ciò sembra voler dire basta alle supercar con pulsanti e levette da utilitaria perché nel lusso il tatto e i dettagli sono tutto.
Non solo tecnologie, ma anche soluzioni di design e scelta dei materiali definiscono il vero posizionamento. Per esempio, lo scorso anno Samsung e Apple si sfidavano sul titanio, mentre oggi rilanciano su alluminio e colori come confermano i nuovi S26 Ultra. Se si amano la meccanica e la finezza tecnica, sono irresistibili le magiche cerniere del pieghevole Oppo Find N6 o la manifattura del Leizphone, lo smartphone di Leica firmato Xiaomi, brand che, non a caso, gioca nei due mondi del tech: device e auto elettriche.
Non si tratta di integrare banalmente schermi e superfici touch, ma di orchestrare un abitacolo capace di parlare il linguaggio della tecnologia senza cedere alla sua obsolescenza, troppo effimera per un’auto. Qui, ogni curva, ogni riflesso, ogni linea luminosa è pensata come parte di una composizione coerente, dove l’ergonomia si deve intrecciare a un’estetica destinata a sopravvivere al tempo e, soprattutto, alle mode.
Il linguaggio dei display, ormai cifra stilistica imprescindibile, trova espressione tanto nelle architetture digitali della Mercedes CLA quanto nelle visioni più radicali della Mercedes Vision. Superfici ampie, interfacce fluide, personalizzazione estrema: tutto concorre a creare un’esperienza immediata, quasi intuitiva. Eppure, sotto questa perfezione apparente, si cela un interrogativo più sottile, quasi scomodo per il segmento luxury: può un display invecchiare con la stessa grazia di una plancia in legno massello o di un volante rivestito in pelle conciata a mano?











