Mancate manutenzioni e code

Caos autostrade, cosa aspettarsi dalle due class action contro Aspi

Mille euro per ogni cittadino ligure, per risarcirlo dai danni derivati dai continui cantieri su una rete lasciata per anni senza manutenzione. E un’altra azione - nazionale - chiede 220. Sullo sfondo, la vendita di Aspi a Cdp

di Maurizio Caprino

Aggiornato il 18 luglio alle ore 23.39

(Ansa)

3' di lettura

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Su Autostrade per l’Italia (Aspi) arriva la seconda class action in un mese, per i disagi legati ai tanti cantieri che creano a ripetizione lunghe code sulla rete (e proseguiranno per anni). Dopo l’azione avviata il 21 giugno dall’associazione di consumatori Altroconsumo, il 16 luglio è stata messa la prima firma per quella che ha lo scopo di risarcire tutti gli abitanti della Liguria, la regione più colpita dal degrado della rete dovuto a carenze di manutenzione (dai crolli del Ponte Morandi e della galleria Bertè alla paralisi del traffico).

La differenza tra le due class action

Se Altroconsumo aveva quantificato in 220 euro il danno medio patito da ogni famiglia italiana per disagi legati a mancate manutenzioni, il consigliere regionale Ferruccio Sansa - promotore della class action ligure, con la sua firma messa nello studio legale dell’avvocato e senatore de «L’alternativa c’è» Mattia Crucioli - stima che ciascuno degli 1,5 milioni di residenti nella sua regione abbia patito un danno di 1.000 euro.

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Questo porterebbe teoricamente, se tutti gli abitanti della Liguria aderissero all’azione e fossero ammessi dai giudici al risarcimento, a un esborso di 1,5 miliardi per Aspi.

Le prospettive reali

Naturalmente ciò non potrà mai accadere. Se non altro perché nella migliore delle ipotesi (alta percentuale di ammessi tra gli aderenti) il risarcimento sarebbe da pagare al 10% dei potenziali interessati. Lo ha insegnato il caso della più importante azione vinta finora in Europa, quella di Altroconsumo contro la Volkswagen per il dieselgate, chiusa il 7 luglio al Tribunale di Venezia.

Delle class action contro Aspi dovrà invece occuparsi il Tribunale di Roma.

L’azione di Altroconsumo parte dal fatto che Aspi dal 2009 al 2018 aveva costantemente aumentato i pedaggi (28%), riducendo gli investimenti e risparmiando sulla manutenzione obbligatoria, prima che gli eventi rendessero necessari gli interventi straordinari in corso da un paio d’anni. L’associazione, dopo aver monitorato il numero delle restrizioni al traffico, li ritiene «tardivi e mal gestiti».

Per quantificare il danno, è partita dal dato Istat secondo cui ogni famiglia spende all’anno 88 euro in pedaggi autostradali, 880 nell’ultimo decennio (quello nel quale ipotizza una «mala gestione della rete autostradale». I disagi, secondo una valutazione equitativa di Altroconsumo, “pesano” per il 25% del pedaggio e quindi ogni famiglia avrebbe diritto a 220 euro di risarcimento.

Nella class action ligure, invece, per argomentare che è tutta la popolazione del territorio ad avere il diritto di essere risarcita si parla di «danno d’immagine, economico e sociale». Un concetto più ampio e condivisibile da punto di vista umano. Ma giuridicamente difficile da dimostrare.

Inoltre, va considerato che in tutta la vicenda Autostrade ci sono responsabilità non solo da parte di chi ha gestito a lungo la società (senza che gli azionisti Benetton intervenissero anche dopo fatti gravissimi come la strage del bus del 28 luglio 2013 ad Avellino, 40 morti): in vent’anni nemmeno lo Stato ha esercitato adeguatamente la funzione di controllo che dovrebbe avere. E ora ha iniziato a farlo fissando linee guida che di fatto autorizzano i gestori a dire che prima non avevano obblighi precisi.

Con l’aggravante che le linee guida giustificano la tesi secondo cui ora non si sta facendo semplice manutenzione (che come tale sarebbe a carico dei gestori), ma «manutenzione evolutiva», che adeguando l'infrastruttura ai nuovo standard la migliora e per questo viene ripagata da aumenti tariffari (il congelamento dei pedaggi concordato dopo la tragedia del Ponte Morandi è solo una moratoria).

Pagherebbe anche lo Stato

Resta comunque il fatto che gli eventuali risarcimenti andrebbero in parte anche a carico del consorzio guidato della Cassa depositi e prestiti (Cdp) che sta acquistando Aspi da Atlantia. Secondo l’offerta accettata a fine maggio dagli azionisti della holding infrastrutturale controllata dai Benetton, la stessa Atlantia è tenuta ad accollarsi tutti i risarcimenti entro la soglia di 150 milioni: oltre, risponde solo dei 75%, mentre il restante 25% è a carico della cordata Cdp (quindi verrebbe in parte pagato con fondi pubblici). Il tutto entro un limite complessivo di 459 milioni.

Dalla Liguria si sono già levate molte voci critiche sui termini dell’accordo tra lo Stato e i Benetton formalizzato con l’offerta di Cdp ad Atlantia. Non solo dai familiari delle vittime del Ponte Morandi. Tra queste, anche un esposto penale con richiesta di sequestro di Aspi, motivato da un'eccessiva distribuzione di utili e da pedaggi più alti del dovuto per circa 9 miliardi (si veda Il Sole 24 Ore del 19 giugno).

Il risultato di tutto questo è che i Benetton usciranno da Aspi con un bonus di cinque miliardi dopo vent’anni di gestione a dir poco controversa, che lascia deficit di funzionalità della rete e debiti societari. L’obiettivo è quindi bloccare l’accordo, che dovrebbe essere perfezionato definitivamente in autunno.

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