Canto la mia terra fragile e disorientata
Se Sufjan Stevens è uno dei cantautori americani più stimati, lo è anche per aver indagato in modo lirico e originale l'identità del suo Paese. L'esplorazione continua con “Ascension”, il nuovo disco, «un editoriale pop sugli Stati Uniti di oggi sospesi tra terrore e risentimento», racconta in esclusiva a “IL”
di Claudio Todesco
4' di lettura
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Sufjan Stevens scoppia a ridere. «Sembro uno di quei pazzi paranoici, vero?». Gli ho chiesto chi sono i nemici che canta nel nuovo album Ascension senza dare loro un nome. Ha abbozzato un elenco: «Multinazionali, internet, social media, Amazon». Arrivato a «il governo e la mafia» è scoppiato a ridere. «Sto delirando».
Se Sufjan Stevens è uno dei cantautori americani più stimati degli ultimi vent'anni non è solo per la capacità di usare il folk per scavare impietosamente dentro drammi familiari, come ha fatto cinque anni fa in Carrie & Lowell, uno dei dischi più acclamati del decennio. Non è solo per la fervida immaginazione musicale e nemmeno per Mystery of Love, la canzone guida del film di Luca Guadagnino Chiamami col tuo nome in cui descrive l'amore in tono mistico.
Lo è anche per aver indagato in modo originale l'identità americana. Una quindicina d'anni fa ha annunciato un progetto matto e inverosimile: pubblicare un album per ognuno dei 50 Stati americani. Era la mossa pubblicitaria di un cantautore squattrinato. Di questi dischi ne sono usciti solo due, Michigan e Illinois, eppure Stevens ha continuato a raccontare pezzi di storia e territorio americano in canzoni in cui trasfigura fatti, miti e personaggi, persino in un poema sinfonico ispirato a un'arteria stradale, la Brooklyn-Queens Expressway.
«Lavoro sull'identità», dice a IL. «Uso la canzone per chiedere chi sono gli americani, da dove vengono, dove vanno». È un modo per confrontarsi con la molteplicità e la diversità della storia statunitense, ma c'è dell'altro. «Credo derivi da un'insicurezza di fondo circa la mia identità. Mia madre viene da una famiglia greca, mio padre da una lituana, io sono cresciuto nel Midwest, ma ho passato gli ultimi vent'anni a New York. La mia identità non è radicata in una sola cultura, in una linea che si trasmette immutabile di generazione in generazione. Deriva dalla mia personalissima esperienza ed è in continua evoluzione. Cercando di capire l'America, cerco di capire me stesso».
Ascension è il punto estremo di questa esplorazione, il disco di un cantautore che al posto di musicare i propri ricordi con chitarra e banjo usa vecchi sintetizzatori e batterie elettroniche per evocare i sentimenti di angoscia, disorientamento e confusione che provano gli americani e non solo. «Volevo mettermi alle spalle il folk, lo storytelling, l'autobiografismo», dice. «Quest'album è una risposta al mutato clima politico e sociale nel mio Paese. È un editoriale pop sull'America oggi. È una raccolta di ricette per la sopravvivenza in tempo di crisi». Non che le canzoni offrano risposte o soluzioni razionali. Ascension è un disco pieno di domande, paure, paranoie.

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