Storie tessili

Canapa antica, rivoluzionaria e lussuosa nel progetto di Opera Campi

L’azienda, fondata a Parma nel 2017, ha recuperato tecniche secolari e sviluppato filati innovativi investendo su tecnologia e ricerca: «È la fibra più sostenibile, l’Europa deve tornare a coltivarla»

di Chiara Beghelli

3' di lettura

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In una piazza di Frattamaggiore, in Campania, si erge una statua dedicata alla “canapina”, una donna che sorregge un fascio di steli di canapa. È tutto ciò che resta di un distretto che per secoli ha prodotto canapa tessile, uno dei più vivaci in un’Italia che fino agli anni Cinquanta è stata fra i primi produttori europei, e di più alta qualità, di fibra tessile ricavata da questa tenace pianta sorella del lino, che cresce spontanea, non necessita di irrigazione e immagazzina tonnellate di CO2. L’avvento delle più economiche fibre sintetiche, il susseguirsi di leggi anti-stupefacenti che pur in modo indiretto la interessavano, decretarono la scomparsa di quell’antica filiera.

A 650 km di distanza, nelle campagne parmensi, otto anni fa dei giovani imprenditori decidevano che proprio dalla riscoperta della canapa in chiave contemporanea avrebbe preso forma la loro azienda: Opera Campi, questo il suo nome, propone oggi una collezione di camicie, polo, T-shirt, pantaloni e accessori, dove la canapa è protagonista, realizzati fra Emilia Romagna, Lombardia e Toscana in collaborazione con aziende tessili d’eccellenza e altrettanto eccellenti artigiani. E ricreando così una piccola ma efficiente filiera della canapa.

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«Abbiamo puntato sempre sulla massima qualità, proponendo prodotti che esaltassero le virtù della canapa (fra cui traspirazione, termoregolazione, resistenza, ndr), ma che fossero anche ricercati e possibilmente unici - spiega Beatrice Corazza, che oggi guida l’azienda con il marito Alberto Ziveri, suo fondatore -. Cercavamo dunque anche fibra di alta qualità, che purtroppo in Europa non è più disponibile, e dopo lunghe ricerche l’abbiamo trovata in Cina, nelle Black Lands».

Lavorazione di denim di canapa

I fili di canapa vengono lavorati a Prato e trasformati in tessuto da un’azienda in provincia di Varese. Particolari lavorazioni e ambiziosa ricerca tecnica hanno permesso a Opera Campi di ottenere tessuti di inedita morbidezza (la canapa è di solito piuttosto tenace) come il Burro Canapa (con cui viene fatto uno dei bestseller, la T-shirt da appena 98 grammi) e di sperimentare nuovi mix con piccole percentuali di fibre elastiche (Herotex) o con lana merino australiana (Lanapa). In giugno è arrivato il primo denim in 100% canapa: «Lanceremo presto una Burro Lanapa, dunque un mix ancora più morbido e leggero, e stiamo iniziando a sperimentare con il cashmere», aggiunge. La cura nel dettaglio coinvolge persino i bottoni, realizzati in una speciale lega metallica - la zama, composta da zinco in elevata percentuale, unito a piccole quantità di alluminio, magnesio e rame - considerata fra le più sostenibili dell’industria, e che vengono sotterrati per tre giorni conferire loro un peculiare aspetto che nessun trattamento galvanico riuscirebbe a creare. E per rendere resistenti i capi all’acqua si trattano con cera d’api.

Beatrice Corazza e Alberto Ziveri guidano Opera Campi

Grazie a cura e ricerca, Opera Campi sta crescendo anno dopo anno, «in modo costante ma rispettoso del tempo e della conoscenza - sottolinea l’imprenditrice -. Vendiamo solo dal nostro sito e realizziamo i capi on demand: occorrono 10 giorni per la consegna, ma questo ci permette di evitare il possibile fardello delle scorte di magazzino».

Il rispetto del tempo che rende migliori i prodotti e fa lavorare meglio le persone (anche questa è la nuova sostenibilità) passa anche dal rallentare il ritmo delle macchine da maglieria per permettere di lavorare meglio il filo. Non sarebbe dunque saggio e utile ridare vita alla filiera delle canapa italiana? «Sì, ma resterà un sogno - sostiene Beatrice -. Visto che lo scarto per ottenere la fibra tocca l’80%, per avere quantità sufficienti servirebbero coltivazioni immense. La lavorazione, poi, è lunga e complessa e il know how si sta perdendo. Insomma, da noi il costo sarebbe troppo alto, ma a livello europeo si potrebbe invece cercare ripristinare la coltivazione della canapa di qualità più alta. Di certo aiuterebbe anche l’ impegno dei grandi marchi a usare e promuovere questa fibra straordinaria. Noi, nel nostro piccolo, lo stiamo facendo».

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