L’Iran rischia di diventare l’Alcatraz di Trump
di Giuliano Noci
di Monica Zunino
3' di lettura
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La stima è che, solo in Liguria, la carenza di autisti di mezzi pesanti si attesti a quota 500. Complice soprattutto il mancato ricambio generazionale che ha molte cause: il costo elevato delle patenti, che costituisce una barriera di ingresso alla professione, i ritmi di lavoro stressanti, le code per i cantieri, che in Liguria costellano le autostrade, le attese nei porti congestionati e, non ultimo, un salario che, anche se arriva a 2.200 e 2.500 euro, non compensa spese e disagi.
«Un numero destinato ad aumentare - dice Giuseppe Tagnochetti, responsabile per la Liguria di Trasportounito - se non invertiamo la rotta, perché chi va in pensione non viene sostituito. Il problema nasce da lontano, con la fine della leva obbligatoria. Durante il servizio militare si poteva prendere la patente ed era poi facile andare a fare il camionista. Oggi fra patente C, E e Cqc (la Carta di qualificazione del conducente, ndr), c’è un costo di ingresso alla professione che arriva quasi a 8 mila euro».
La Regione Liguria ipotizza un intervento da 300mila euro. Spiega l’assessore alla formazione, Ilaria Cavo: «Abbiamo pronto un piano di voucher che copriranno parte delle spese per le patenti legate al trasporto di cose e persone: dai mille ai duemila euro destinati ai disoccupati che vogliono diventare autisti». Trasportunito propone una soluzione più articolata: «incentivi ai giovani ma anche alle aziende, con il riconoscimento di vere scuole-impresa in cui i giovani possano essere affiancati per imparare il mestiere». Il problema è nazionale, ma sul territorio a togliere ulteriore appeal al mestiere di camionista c’è l’aggravante dei cantieri.
«Oggi uscire o entrare dalla Liguria - dice Alessandro Albertini, responsabile delle filiali di Genova e Vado ligure di Autamarocchi - è un salto nel vuoto. Abbiamo camion fermi perché ci mancano autisti. Spero ogni giorno che si presenti qualcuno che vuole cambiare azienda, giovani che vogliono fare esperienza ma quando capiscono come è il lavoro, fra cantieri e attese nei porti, cambiano settore».
Guardare all’estero, prosegue, resta una delle soluzioni: «Sarebbero utili gli stranieri che si vogliono integrare, ma spesso non parlano italiano. Per questo stiamo pensando anche di inserire, come a Trieste, personale che parli rumeno, albanese, moldavo o russo, per dare loro istruzioni. Stiamo valutando tante cose». E il Covid aggrava la situazione: «Nel settore container abbiamo sospeso una ventina di autisti non vaccinati: su 400 totali è un’altra tegola».