Cambio di passo: rinnovare il controllo della filiera dei metalli preziosi
Superare il concetto di economia circolare e allargare la visione, investendo nel recupero da fonti non tradizionali (oggetti dismessi, rifiuti elettronici) e applicando criteri sociali e ambientali a estrazione e raffinazione.
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Sui metalli serve una visione olistica, perché l’economia circolare non basterà da sola a garantirci la sostenibilità alla quale vogliamo ambire». Per l’estrazione mineraria questo è il momento in cui il riciclo sembra essere diventato la via maestra, la parola chiave di ogni documento e piano di sviluppo. Il recupero dei metalli dalle fonti non tradizionali, le miniere alternative che si trovano nelle discariche e nei nostri oggetti dismessi, è la prossima grande frontiera. Maria Cristina Squarcialupi vive su questa frontiera da sempre. È presidente di Unoaerre Industries e consigliere delegato di Chimet, due aziende che hanno radici nella sua famiglia, profondamente legate tra loro e unite dalla stessa storia e dallo stesso territorio, quello dell’aretino. Unoaerre nasce nel 1926 ed è il perno del distretto orafo di Arezzo, il più grande in Europa in termini di export. Chimet è più giovane, ha appena tagliato il traguardo dei cinquant’anni, ed è la prima azienda italiana per recupero e riciclo di materie prime strategiche. Indicata come un modello dalla Commissione europea nel Critical Raw Material Act, è specializzata in economia circolare dell’oro, del rame, ma anche di platino, palladio, rodio, iridio: i metalli chiave del presente e del futuro.
L’Europa ha indicato l’economia circolare come architrave del suo modello di transizione e del Green Deal, per uscire dai nodi della scarsità di risorse e delle dipendenze da catene del valore lunghe, imprevedibili e insostenibili. Chimet vanta una notevole competenza in questo settore, di cui si occupa da prima che il tema fosse al centro dell’interesse di tutti. È da questo osservatorio privilegiato che Squarcialupi invita a non cadere in quella che, con una parola forte ma appropriata, definisce «ipocrisia». Nel 1974 la nascita di Chimet fu «una scelta visionaria, anche se il recupero dei preziosi è sempre stato centrale nell’oreficeria e nella gioielleria». Quando il laboratorio di raffinazione del metallo fu esternalizzato dalla casa madre, che oggi si chiama Unoaerre, Chimet divenne un’azienda a sé stante, e da lì un modello per tutta Europa. Spiega Squarcialupi che «l’oro si è sempre riciclato, per ovvi motivi legati al valore intrinseco del materiale». Sotto questo aspetto, il settore è stato un’avanguardia di sfide che poi si sarebbero estese anche a chi sviluppava prodotti completamente diversi, come smartphone, turbine eoliche, batterie per l’automotive. L’oro si recuperava a partire dagli scarti della lavorazione, dai vestiti dei lavoratori, dai fanghi, dal ciclo delle acque: è una forma di rabdomanzia industriale che ha permesso a Chimet di spostarsi ad altri metalli, di raggiungere un fatturato oggi pari a 4 miliardi di euro all’anno e di essere considerata un’azienda strategica dall’Unione europea.
«Il punto, però, è che l’economia circolare ha un ruolo chiave, permette di risparmiare risorse naturali, offre alternative utili, ma non sarà mai sufficiente, dobbiamo avere una visione della sostenibilità che coinvolga anche le miniere, perché alcuni Paesi continueranno a estrarre oro e ci servono catene del valore etiche anche da questo punto di vista». Secondo il World Gold Council, oggi il 28 per cento dell’offerta globale di oro proviene dall’economia circolare: il 90 per cento di questa quota deriva da altri oggetti di gioielleria, il restante 10 per cento da rifiuti elettronici. Per Squarcialupi la percentuale di oro da economia circolare sul totale della produzione di Unoaerre non è la metrica più rilevante: «Una gran parte di quell’oro è riciclata, ma viene considerata tale anche quella ritrovata nei cassetti, che passa poi dai compro oro». È nell’ottica di non fermarsi al recupero del materiale, ma di coprire anche i due terzi del metallo ancora oggi estratti nelle miniere, che assumono un’importanza centrale le certificazioni, come la CoC, la Chain of Custody Certification del Responsible Jewellery Council, che garantisce eticità e trasparenza di tutta la filiera.
L’oro è un settore consolidato per queste pratiche mentre, secondo Squarcialupi, «il riciclo sarà un punto focale soprattutto per la transizione energetica. Oggi il litio per le batterie deve essere quasi completamente estratto, e si parla di quantità enormi, ma riciclarlo costa ancora più che estrarlo. Quando avverrà il contrario, e riciclarlo sarà conveniente, diventerà un asset cruciale per una transizione a basso impatto ecologico, ma il futuro sarà davvero sostenibile quando avremo una visione generale dei processi, e sapremo applicare standard elevati anche all’estrazione e alla raffinazione». Visto che non potremo farne a meno, dovremo essere in grado di immaginare miniere, dall’oro al litio, che sappiano soddisfare precisi criteri sociali, umani e ambientali. È la parte più difficile della sfida, ma è anche la più importante, come è importante che a ricordarlo siano anche i leader dell’economia circolare dei metalli.








