Il dibattito

Cambio dell’ora, il premier spagnolo Sanchez: «Spostare le lancette due volte l’anno non ha più senso»

Mentre l’Europa sta per tornare all’ora solare, Madrid riporta la questione al Consiglio europeo. L’abolizione era già stata votata dal Parlamento europeo nel 2019 ma poi non è entrata in vigore

di Massimo De Laurentiis

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Come ogni anno, questo weekend torna l’appuntamento con il cambio dell’ora. Nella notte tra sabato 25 e domenica 26 ottobre, alle 3 del mattino, bisognerà spostare le lancette indietro di un’ora, segnando il passaggio dall’ora legale a quella solare.

A pochi giorni dal cambio, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha rilanciato la proposta di abolire del tutto il cambio semestrale. In un video pubblicato su X, Sánchez ha espresso chiaramente la sua posizione: «Come sapete, questa settimana si torna a cambiare l’ora. Un’altra volta. E francamente non ha senso».

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Il premier ha spiegato che la Spagna intende chiedere ufficialmente all’Unione Europea di eliminare il doppio cambio annuale, con l’obiettivo di porre fine alla pratica entro il 2026.

Il tema è stato inserito all’ordine del giorno del Consiglio dell’Ue sull’energia. Lo scopo è riaprire il confronto in vista della scadenza del calendario comunitario attuale, che stabilisce le date in cui viene effettuato il cambio per il periodo 2022-2026.

Sánchez ha ricordato che il Parlamento europeo aveva già votato nel 2019 per abolire il cambio dell’ora, ma la misura non è mai entrata in vigore per mancanza di accordo tra gli Stati membri. Portogallo e Grecia si opposero fermamente e anche l’Italia preferì mantenere lo status quo.

La storia del cambio dell’ora

L’idea di modificare l’orario con le stagioni viene fatta risalire addirittura a Benjamin Franklin, che in un articolo pubblicato nel 1784 suggerì di spostare in avanti le lancette durante l’estate per sfruttare meglio le ore di luce e risparmiare candele.

Questa proposta trovò applicazione solo più di un secolo dopo, quando diversi Paesi europei adottarono per la prima volta l’ora legale per risparmiare energia durante la Prima guerra mondiale.

In Italia entrò in vigore per la prima volta nel 1916 fino al 1920, fu poi sospesa e ripristinata durante il secondo conflitto mondiale, fino a diventare stabile dal 1966.

A livello europeo, il sistema venne coordinato nel 1980 e dal 2001 una direttiva Ue stabilisce l’obbligo per tutti gli Stati membri di spostare le lancette in avanti l’ultima domenica di marzo e indietro l’ultima domenica di ottobre.

Gli effetti

Il cambio dell’ora nacque con un obiettivo pratico: risparmiare energia, riducendo il consumo di illuminazione artificiale grazie a un migliore utilizzo della luce solare.

Secondo i dati Terna, nel 2024 in Italia grazie all’ora legale sono stati risparmiati 340 milioni di kWh, pari al fabbisogno medio annuo di circa 130 mila famiglie. Un dato che si traduce in un risparmio economico di oltre 75 milioni di euro.

L’ora legale ha effetti positivi anche sul piano ambientale: la riduzione dei consumi elettrici ha permesso di tagliare le emissioni di anidride carbonica, evitando l’immissione in atmosfera di circa 160 mila tonnellate di CO₂.

Oggi però, questi benefici sono sempre più messi in discussione. Con il suo appello su X, Pedro Sánchez ha riportato alla luce una posizione secondo cui i vantaggi energetici non sono così significativi, mentre l’impatto sul ritmo circadiano delle persone è rilevante, con effetti su salute e produttività.

«La scienza dice che il cambio non porta vantaggi in termini di risparmio energetico e causa invece disturbi ai ritmi biologici», ha ribadito il premier spagnolo dal suo account X.

Il dibattito in Europa

La discussione sul cambio dell’ora divide l’Unione Europea da anni. Nel 2018, la Commissione guidata da Jean-Claude Juncker aveva lanciato una consultazione pubblica a cui parteciparono 4,6 milioni di cittadini: l’84% si dichiarò favorevole all’abolizione (tra gli spagnoli il consenso arrivò al 93%).

Ora la Spagna vuole riaprire il confronto, ma per procedere serve una maggioranza qualificata nel Consiglio: almeno 15 Stati su 27 o Paesi che rappresentino il 65% della popolazione europea. Sostenuto dalla vicepresidente della Commissione Teresa Ribera, Sánchez punta a riportare al centro del dibattito una questione che, dopo anni di stallo, torna sul tavolo delle negoziazioni.

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