Scenari

Cambiare paga, le nuove generazioni al vertice valgono il 10% in più di crescita

Seimila imprese familiari cambieranno guida nei prossimi dieci anni. Il 70% dei nuovi imprenditori laureati. La terza generazione non distrugge più.

di Anna Migliorati

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3' di lettura

I punti chiave

  • Un’impresa familiare su due attesa al cambio generazionale
  • Si corre di più col cambio al vertice tra settantenni e cinquantenni
  • Gli effetti attesi sul pil anche nel 2025-2026
  • Laureati sette imprenditori su dicei, cade il tabù dell’esperienza solo in azienda

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(IlSole24Ore Radiocor) Guardando i numeri pare una maledizione sfatata. «La prima generazione crea, la seconda mantiene, la terza distrugge», si racconta da decenni dell’imprenditoria familiare italiana, tanto da parlare di maledizione della terza generazione, appunto. Ma il finale che raccontano i dati degli ultimi anni appare ben diverso e Fabio Quarato, direttore AIDAF-EY Strategia delle Aziende Familiari dell’Università Bocconi, arriva a parlare di «una svolta storica». Svolta che fa bene alle imprese e anche al pil. E che potrebbe rappresentare una freccia in più all’arco della crescita, considerando che nei prossimi dieci anni è attesa al cambio generazionale un’impresa su due tra le grandi, piccole e piccolissime aziende italiane.

Il cambio al vertice spinge la crescita

Uno scenario che Fabio Quarato sintetizza così: «Il covid è stato un acceleratore, molti senior ai vertici hanno deciso di passare la mano, ma con ricambi generazionali più programmati e gestiti che in passato. Ed è andata molto bene». È la crescita, numeri alla mano, la spia del cambiamento. Tra le aziende che hanno visto approdare al timone le nuove generazioni già tra il 2010 e il 2019, in uno scenario in cui in generale le imprese familiari hanno registrato un +7-8% l’anno di crescita, si è toccato in media un punto in più, attorno al 9%. Che tradotto significa una crescita del 10% maggiore delle imprese dove quel ricambio non è avvenuto.

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Un dato ancora più evidente, secondo i dati dello scenario tracciato dall'università Bocconi, quando il cambio è programmato e accompagnato anziché lasciato al caso, come avveniva spesso in passato: +1,2% nei modelli di leadership collegiale, +1,4% quando è preceduto da un affiancamento negli anni precedenti. Incidono, certo, anche fattori anagrafici: quando chi lascia il timone ha più di settant’anni e chi subentra è un cinquantenne, con sufficiente esperienza per guidare l’azienda e insieme idee innovative ed energia, il tasso di crescita in più che si guadagna arriva a sfiorare il 2%. Insomma, cambiare paga.

Più complesso resta l’addio al fondatore, per imprese familiari che spesso vivono del nome e dell’autorevolezza di chi le ha create. In questi casi qualche scossone rimane. Ma, dice ancora Quarato, «molte lezioni del passato si sono capite, negli ultimi anni il passaggio generazionale è stato programmato e guidato. Da una parte il covid ha convinto le vecchie generazioni a passare la mano in una sorta di acceleratore. Ma, dall’altra il passaggio è stato gestito. Sia con la preparazione adeguata di chi era destinato a prendere le redini dell’azienda, sia con un periodo più o meno lungo di affiancamento. E dove non ci sono strappi l’effetto si vede».

Gli effetti nel 2025-2026 e l’onda lunga nei prossimi dieci anni

Effetto che, appunto, si traduce in una crescita che farà vedere i suoi esiti anche nei prossimi anni. Nel 2025-2026 si attende quel 10% di crescita in più ancora nelle aziende che hanno scelto il cambio al vertice dopo la scossa pandemica, quando il tasso di ricambio generazionale al vertice ha accelerato, con quasi 600 imprese negli ultimi tre anni che hanno cambiato volto.

Ma frutti ancor più consistenti potremmo vederli negli anni successivi. «Se il tasso di ricambio proseguirà, saranno seimila imprese familiari italiane, quasi una su due, a cambiare guida nei prossimi dieci anni e a guadagnarci sarà la crescita, anche del pil italiano. Numeri che andranno ad impattare sul pil dell’intero sistema paese», dice Quarato «e questa volta dovremo dire grazie ai nipoti, smentendo i luoghi comuni».

La svolta della laurea prima di entrare nell'imprese di famiglia

Molti dei cambi generazionali, infatti, vedono ormai le imprese familiari italiane alla terza generazione alla prova. E in molti casi quello che era il tallone d’Achille dell’imprenditoria diffusa sembra avere svoltato. «Chi oggi abbandona la guida è diventato più consapevole. Figli o nipoti entrano in azienda dopo aver fatto altre esperienze, ma ad un certo punto affiancano chi li ha preceduti prima di prendere il timone», spiega Fabio Quarato.

Più consapevoli i senior, più preparati i giovani. Oltre il 70% dei nuovi imprenditori ha una laurea. «Numeri impensabili fino a qualche anno fa. Si è capito che non basta avere l’impresa di famiglia. Un titolo di studio aiuta perché il mercato è più competitivo e il mondo di oggi è molto più complesso, nella gran parte dei casi non vale più solo l’imparare in azienda. Nelle famiglie d’impresa i figli si fanno studiare. In qualche modo una scelta epocale nel tessuto italiano», dice ancora. Scelta che paga in crescita.

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