Ripensare l’impresa

Cambiare le aziende con nuove pratiche quotidiane

Cambiare le aziende richiede nuove pratiche quotidiane e collaborazione, non solo ristrutturazioni formali

di Emiliano Pecis*

(AdobeStock)

4' di lettura

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Un’azienda non è una macchina complicata, dove ogni ingranaggio ha una funzione precisa e, se lo controlli, puoi prevedere l’esito. È piuttosto un sistema complesso, fatto di persone, informazioni e strumenti che interagiscono in modi non sempre lineari. È più simile a una città: se le infrastrutture sono ben progettate, l’impresa cresce e innova; se sono rigide, bloccano il potenziale delle persone. Non si tratta dell’ennesima riorganizzazione aziendale, ma di ripensare i fondamentali: prima di tutto la circolazione delle informazioni e la capacità di prendere decisioni. Se i dati non arrivano a chi serve, chi deve decidere non ha l’autorità per farlo e gli errori non diventano occasioni di evoluzione, l’azienda si paralizza come una città in cui le strade non collegano i quartieri. È il cuore della conversazione che ho avuto con Alberto Gangemi, designer organizzativo e autore del libro Organizzazioni aperte. Questo articolo nasce da quel confronto, ricco di esempi e riflessioni su come cambiare le aziende significhi creare nuove condizioni di lavoro, non semplicemente ridistribuire il potere cambiando i nomi alle caselle.

Due vie per cambiare

Al cambiamento si può arrivare per due strade. La prima è rivoluzionaria: abbandonare del tutto la gerarchia tradizionale per adottare modelli come l’olocrazia o la sociocrazia, che meritano un approfondimento a parte. È la prospettiva più vicina a quella che ho raccontato nel mio articolo precedente, in cui parlavo dell’organigramma come ansiolitico organizzativo, ovvero mettere in discussione la struttura stessa. È un percorso affascinante ma rischioso, che poche aziende hanno il coraggio di intraprendere.

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La seconda via è più pragmatica, o se vogliamo incrementale, ed è certamente la più fattibile: partire dalle pratiche e dai comportamenti concreti, senza mettere in questione la struttura formale, introducendo pratiche nuove che trasformano il modo in cui si lavora. Ma intendiamoci: incrementale non significa superficiale. Queste pratiche, pur senza rovesciare la gerarchia, hanno un impatto radicale.

Le radicali pratiche quotidiane che fanno la differenza

Ad esempio, condividere obiettivi, risultati e persino salari accessibili a tutti; organizzare riunioni con check-in e check-out, guidate da un facilitatore che non sia il capo dei partecipanti, così che anche i più giovani possano parlare senza timore; creare un marketplace interno di progetti, dove chiunque possa candidarsi in base a competenze e interessi; usare gli OKR per legare in modo chiaro i contributi individuali agli obiettivi strategici. Oppure organizzare veri e propri “TED interni”, in cui le persone condividono esperienze e competenze, molto più stimolanti dei corsi formativi tradizionali imposti da consulenti esterni. È una formula che ho sempre promosso nelle aziende in cui ho lavorato, con ottimi risultati di partecipazione e motivazione.

Tutte queste sono pratiche quotidiane che, passo dopo passo, cambiano davvero la vita in azienda. Un po’ come i sentieri nella foresta descritti da Karl Popper, a cui spesso richiama lo stesso Gangemi: nascono da un primo passo, ma a forza di essere percorsi diventano strade condivise.

Perché è così difficile cambiare

Se funziona, perché così poche aziende lo fanno? La prima ragione è culturale. Come ci ricorda Gangemi, siamo abituati a pensare l’azienda come una gerarchia, dall’alto verso il basso, come hanno fatto per secoli religioni, eserciti e burocrazie. Le business school insegnano ancora modelli nati oltre un secolo fa, così anche i giovani imprenditori con capitali freschi finiscono per costruire aziende “vecchie dentro”. È un’asimmetria: da un lato prodotti e tecnologie all’avanguardia, dall’altro modelli organizzativi del secolo scorso. C’è poi una ragione competitiva. Alcuni settori regolati o protetti possono permettersi modelli verticali senza conseguenze immediate. Ma chi compete su innovazione e conoscenza non ha scampo: senza coinvolgere le persone, si perde terreno. Gli organigrammi non sono le mappe di cui le aziende hanno bisogno per riconoscere e valorizzare il talento. Cartografie organizzative generate dall’analisi delle interazioni reali rivelano invece la sostanza delle aziende, in cui chiunque, e non solo chi sta in alto, può generare impatto sull’intera organizzazione.

Pazienza, nodi giusti e tempo lungo

Il problema è che i risultati non arrivano in un trimestre. Molti progetti falliscono perché i vertici non trasformano la sperimentazione in pratica quotidiana. Quello che funziona come leva può diventare un boomerang se non è coerente: la trasparenza sui salari, ad esempio, rischia di generare conflitti se non è accompagnata da politiche retributive chiare e condivise. E non tutti i dipendenti hanno voglia di cambiare: ci saranno sempre i “resistenti”, ma non è un problema. In un’azienda da 10.000 persone bastano 300 nodi giusti per innescare il cambiamento e contagiare gli altri.

Per questo non basta un top management visionario: serve un top management paziente, disposto a proteggere i germogli del nuovo anche di fronte a resistenze e contraddizioni. La storia italiana lo dimostra: Adriano Olivetti investiva in biblioteche e spazi di sperimentazione dentro le fabbriche, convinto che solo prendendosi il tempo necessario si potesse davvero pensare in grande. È una lezione ancora valida: come una città, anche un’azienda ha successo solo quando diventa un luogo in cui valga la pena vivere e lavorare.

*Dirigente aziendale

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