Il Graffio del lunedì

Calcio, ora prepariamoci alla Spagna. Ma perchè l’Italia ci fa sempre soffrire?

È partito il solito tormentone: quello secondo cui noi italiani, per fare qualcosa di buono, abbiamo bisogno di reagire a qualche sberla della cattiva sorte. O a qualche nostra fragilità iniziale che poi, tirando fuori gli attributi, riusciamo a trasformare in un punto di forza

di Dario Ceccarelli

 Lorenzo Pellegrini, Gianluca Scamacca e Davide Frattesi cantano l’inno d’Italia prima dell’incontro con l’Albania a  EURO 2024

4' di lettura

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È una domanda banale, ma a volte le domande stupide sono le migliori: ma perchè da quando esiste il calcio con l’Italia bisogna sempre soffrire?

Perchè è obbligatorio stare sulle spine anche quando l’avversario è palesemente più debole come l’Albania sabato sera? Perchè non si può mai stare tranquilli, scolarsi una birra in santa pace, rilassarsi cinque minuti come invece hanno fatto i tifosi della Germania e della Spagna quando le loro squadre, chiaramente più forti, le hanno suonate di santa ragione alla Scozia e Croazia?

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Adesso, dopo che ci siamo tolti il dente, e possiamo pensare con un minimo di serenità alla prossima sfida di giovedì con la Spagna, sembra tutto spiegabile. Perfino il clamoroso pasticcio tra Dimarco e Bastoni, alla luce della successiva reazione degli azzurri, è andato in cavalleria. Anzi, a sentire alcuni fini commentatori, proprio quella doccia fredda dopo 23 secondi ci ha dato una formidabile scossa per reagire, confermando di che pasta siamo fatti. Fatti non solo di gioco e moduli tattici, ma anche di cuore e di una precisa identità che ci permetterà, dicono gli ottimisti, di andare avanti nel torneo.

Il solito tormentone

Ecco, è partito il solito tormentone: quello secondo cui noi italiani, per fare qualcosa di buono, abbiamo bisogno di reagire a qualche sberla della cattiva sorte. O a qualche nostra fragilità iniziale che poi, tirando fuori gli attributi, riusciamo a trasformare in un punto di forza.

Dobbiamo ricordare la “partita del secolo”, quell’Italia-Germania a Messico’70 finita 4-3 quand’ormai vedevamo l’abisso? E il trionfo ai Mondiali di Spagna nel 1982, dove all’inizio quasi ci facevamo sbattere fuori da Camerun e Perù? E all’ultimo Europeo, diciamo la verità, chi ci dava per favoriti? Gli inglesi, gonfi di birra e di arroganza, erano convinti di farci pelo e contropelo nella finale di Wembley. Ci ridevano in faccia. Poi è finita come è finita. Con gli italiani in trionfo e i leoni di sua maestà a piagnucolare nei pub.

Però c’è un però. Un conto è soffrire contro squadroni blasonati come la Germania e l’Inghilterra che hanno fatto la storia del calcio, un altro è andare sotto dopo 23 secondi con l’Albania per una follia che anche Freud farebbe fatica a spiegare. “

Rimanere concentrati

Sono cose che possono capitare “ ha commentato il c.t. Spalletti a precisa domanda. Ma che cosa doveva dire questo povero uomo che tanto insiste - è un suo cavallo di battaglia -sulla capacità di concentrazione e di tenere costantemente sotto pressione l’avversario? Come tutti noi, non potendo tirar giù moccoli pubblicamente (le telecamere l’avrebbero subito colto sul fatto), avrà pensato le peggio cose che noi umani pensiamo in questi casi. Poi è vero c’è stata una splendida reazione dell’Italia. Poi è vero che gli stessi che avevano fatto la frittata (Dimarco e Bastoni) sono stati protagonisti nelle due azioni da gol che hanno rovesciato il risultato.

Quindi certamente vanno tutti elogiati. Certamente nel primo tempo gli azzurri hanno dominato in modo prepotente e convincente. Certamente si sono visti quei movimenti con e senza palla che sono i “comandamenti” incisi nella pietra da Spalletti. Tutto molto bello e rassicurante fino alla fine del primo tempo. Praticamente perfetti.

Ma poi?

Poi piano piano è venuta fuori la solita Italia.

Quella ci fa paura, che non ci mette tranquilli, che non chiude le partite che deve chiudere. Il ritmo si è abbassato, le occasioni sfumate, la ragnatela dei passaggi si è moltiplicata ricordandoci che il risultato era sempre quello: 2-1. In bilico. Bastava un’altra distrazione, o una bella giocata degli albanesi per farci ricadere nell’abisso. Cosa che puntualmente è avvenuta al 91’ quando Donnarumma, con la schiena o qualche altra parte del corpo, riesce a deviare un diagonale di Manaj che ormai sembrava dentro. Il portiere azzurro esulta; Spalletti impallidito torna al solito color ebano e lo sventurato tifoso italiano tira l’ennesimo sospiro di sollievo godendosi finalmente la famosa birra ghiacciata rimasta nel frigo.

Ma la domanda è sempre quella: perchè dobbiamo soffrire anche quando non è necessario? Perchè dobbiamo arrivare sempre a un passo dall’abisso? Ce lo obbliga il medico? E’ scritto nella Costituzione? Perchè?

Elogio del bel gioco

Dopo è inutile raccontarci che gli azzurri hanno assimilato il calcio liquido e “relazionale” di Spalletti. Che tutto parte dal bel gioco. Che i nostri calciatori sanno passare come se niente fosse dal 4-2-3-1 al 3-2-4-1. Che Barella è il numero uno, che Scamacca in attacco si fa sentire (ma quando segnerà?), che il giovane Calafiori, nonostante l’ultima incertezza, ha fatto un buon debutto.

Tutte belle cose ma, come dice Spalletti, per esserlo davvero “devono portarci da qualche parte”. Anche perchè giovedì prossimo ce la vedremo con un’altra squadra che ha la maglia rossa, la Spagna. Squadra tosta. Non a caso giocatori spagnoli sono chiamati le “Furie rosse”. Ecco, a farci del male, ci penseranno già loro, non aiutiamoli, please.

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