Le istituzioni

Butti: «Investito 1 miliardo nelle start up, ora sviluppare la partecipazione dei privati»

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di Marco Alfieri

ALESSIO BUTTI SOTTOSEGRETARIO

3' di lettura

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«Abbiamo pensato di elaborare un disegno di legge e abbiamo investito 1 miliardo di fondi pubblici per lo sviluppo e l’assistenza alle start up e per l’individuazione di un campione nazionale. È chiaro che non basta, anche se in questo modo l’Italia è stabilmente sul podio europeo per quanto riguarda i finanziamenti pubblici. Occorre infatti sviluppare anche la partecipazione dei privati, e su questo il parlamento sta già interrogandosi su quale possa essere lo strumento migliore. Probabilmente una fondazione, ma non voglio impiccarmi al nome».

Lo ha detto Alessio Butti, sottosegretario all’Innovazione tecnologica e transizione digitale del governo Meloni, durante l’evento AI Transition 2024. «Bisogna mettere nella condizione i privati, le start up che esistono e altre aziende italiane che stanno facendo cose mirabili per quanto riguarda l’AI di rimanere qui, di fare qui ricerca, produzione e immissione sul mercato dei loro prodotti».

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Quanto alla regolamentazione, l’AI Act europeo «è sicuramente il primo regolamento al mondo e ha una visione che il governo italiano condivide molto. Dal nostro punto di vista, qualche regola è fondamentale metterla: soprattutto quando non si conosce bene il punto di caduta di una tecnologia, cominciamo a dire che qualche vincolo te lo diamo noi». Anche solo per sensibilizzare individui e imprese sui rischi connessi alla sicurezza dei dati e alla capacità della AI generativa di scrivere codice malevolo o di presidiare e gestire intere catene di attacchi informatici, rendendo più efficienti aspetti molto distruttivi tipo malware e virus polimorfi di cui ha parlato, durante la prima giornata del summit, Nunzia Ciardi, vicedirettore generale Agenzia per la cybersicurezza nazionale.

Insomma se per Butti è questa la vera ratio dell’AI act, darsi della regole intelligenti, «poi però dobbiamo essere noi a dare una spinta forte alla competitività perché condivido anche il pensiero che l’Europa è campione del mondo nel regolare ma un po’ meno proattiva quando deve investire e soprattutto portare a termine dei progetti», ammette il sottosegretario.

Prima di Butti, era già intervenuto Roberto Viola, director general for Communications networks, content and technology (Cnect) della Commissione europea, difendendo orgogliosamente la via continentale all’AI.

«L’intelligenza artificiale - ha spiegato Viola - è stata inventata in Europa: è vero che poi l’Europa ha un po’ perso la bussola, soprattutto per quanto riguarda l’adozione di Internet, che è stata più veloce negli Stati Uniti. Abbiamo però i migliori super calcolatori al mondo, abbiamo i migliori scienziati al mondo, abbiamo delle imprese che fanno prodotti molto innovativi. Adesso è il momento di spiegare le ali».

Per quanto riguarda invece la regolamentazione, prosegue Viola «credo che l’Europa abbia fatto uno sforzo negli ultimi anni di avere delle regole europee e non più nazionali, e questo nel lungo periodo sarà un vantaggio. Credo che tutti siano d’accordo ad avere poche regole, averle a livello europeo, piuttosto che tante regole frammentate. Dall’altro lato, però, è anche evidente che le imprese vogliono certezze, vogliono chiarezza».

L’AI Act, difatti, «non si applica da subito, si applica fra due anni», quindi «c’è tempo di sedimentare le cose, stabilizzarle bene ed essere sicuri su quali regole vadano bene. Però, ripeto, è importante sottolineare che saranno regole europee. Non ci sarà nessuno Stato europeo che può fare legislazione sulla sicurezza dell’AI. Qualunque laboratorio in Europa potrà certificare un prodotto basato sull’AI, e quel prodotto sarà vendibile in tutta Europa. Quindi sì, le regole ci sono, però saranno le stesse dappertutto».

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