Il graffio del lunedì

Bosnia o non Bosnia, che fatica il nostro calcio!

Perché con la Nazionale è diventato tutto così faticoso e complicato?

di Dario Ceccarelli

Foto IPP/Roberto Ramaccia Bergamo 26/3/2026 Calcio semifinale play off per I Mondiali 2026 Italia vs Irlanda del Nord 16878

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È una domanda semplice a cui non si dà mai una vera risposta: ma perché con la Nazionale è diventato tutto così faticoso e complicato? Perché ancora una volta, dopo aver saltato due Mondiali di fila (Russia 2018 e Qatar 2022), potremmo saltarne un terzo se, domani sera, non battiamo la Bosnia nella finale dei playoff?

Come è possibile?

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Come è possibile che Gattuso non dorma più la notte? Che ci facciamo mille problemi per aver esultato quando abbiamo saputo che a passare il turno era stata la Bosnia (numero 71 della classifica Fifa) e non il Galles (numero 35)? È chiaro che sia preferibile vedercela con una squadra meno forte che con una più forte, ma insomma il Galles e la Bosnia sono quello che sono, non stiamo parlando dell’Argentina o della Francia. Sono due squadre modeste, che solo noi italiani, con questa ossessione di ingigantire gli avversari e rimpicciolire noi stessi, stiamo facendo diventare dei colossi insuperabili. E meno male che Dimarco, con apprezzabile ironia, ha ridimensionato la polemica: “Macché arroganti, noi non ci qualifichiamo da 12 anni!”.

Come sapete si giocherà in trasferta, a Zenica, in uno stadio che per ragioni di sicurezza non contiene più di 9mila spettatori. Uno stadio da serie B dove negli ultimi tre anni la Bosnia ha vinto solo contro Cipro, San Marino e Romania. Non proprio squadre che fanno tremare il mondo. Sarajevo, con i massacri che evoca, non è lontana, dovremmo quindi andarci cauti a parlare di “inferno”, di “accoglienza di fuoco”.

Eppure, dopo aver superato con un certo patema (primo tempo inguardabile) la “spigolosa” Irlanda del Nord, ora siamo di nuovo qui a farci mille problemi sull’accoglienza che riceveremo, e sul fatto che Dzeko e compagni giocheranno con il diavolo in corpo per farci pagare l’oltraggio, che insomma dovremo passare un’altra serata da lupi.

E il bello è che in tutto questo, al netto dell’insopportabile enfasi, c’è del vero, visto che le ultime due eliminazioni, contro la Svezia (2017) e la Macedonia del Nord (2022), le abbiamo vissute come delle tragedie umilianti che ancora adesso ci svegliano di notte. Sempre con la stessa inesorabile trama: l’Italia che attacca con le gambe e la testa di piombo, gli altri che non ci fanno segnare, e nel finale ce lo mettono in quel posto tra le lacrime di disperazione degli azzurri.

E se la smettessimo con questa retorica da assalto alla baionetta? Con i richiami a Caporetto e ad altre famose disfatte militari? E se la prendessimo un po’ più alla leggera, che in fondo c’è di peggio nella vita? L’ultima volta si parlò perfino di apocalisse (sconsigliabile con questi venti di guerra), e che fosse impensabile che una Nazionale che ha vinto 4 titoli Mondiali e 2 Europei, potesse finire in questo baratro. Lo stesso psicodramma di quando a San Siro, dopo un buon primo tempo, abbiamo perso 4-1 con la Norvegia. E tutti a ripetere, come un nastro registrato, che non si può continuare così, che ormai in serie A son quasi tutti stranieri, che Federcalcio e Lega non fanno nulla per sostenere la Nazionale, che stiamo facendo crescere degli adolescenti orfani delle estati mondiali.

Forse invece siamo proprio noi, non più di primo pelo, a sentirci orfani. E così abbiamo ricominciato con il trito amarcord sul trionfo di Spagna ’82, sui tre gol di Paolo Rossi al Brasile; e la pipa di Pertini, la gente per le strade impazzite di gioia. E poi “Il cielo sopra Berlino” nel 2006, il rigore di Grosso, i lanci chirurgici di Pirlo, le invenzioni di Del Piero, le parate di Buffon.

Tutto molto bello perché tutti noi, che abbiamo una certa età, ci ricordiamo dove eravamo e con chi eravamo in quelle estati dei Mondiali. Le strade vuote che si riempiono dopo la vittoria, gli amici del cuore, quelli incontrati per la strada, quella gioia infantile che nella vita, quando il tifo non diventa un’ossessione, serve a stemperare problemi ben più gravi. Certo, sempre di calcio parliamo, però sono emozioni che lasciano il segno, che ora vediamo riprodursi, in scala ridotta, per Sinner nel tennis, per Antonelli nella Formula 1, o nelle vittorie olimpiche dei nostri azzurri.

Sembra anzi che, per un beffardo contrappasso, più diventiamo bravi nelle altre discipline, nello sci, nell’atletica, nel volley, nel nuoto, più diventiamo scarsi in quello che era lo sport nazionale. Come se l’antica magia si fosse esaurita, come se quel gioco non ci piacesse più. Lo si avverte anche nelle interviste: quando parlano questi ragazzi e ragazze che trionfano negli altri sport, che una volta chiamavamo minori, è un piacere sentirli. Ti emozionano, c’è vita. Dietro ci sono sempre delle belle storie, storie di sacrifici, di volontà, di famiglie che si sono fatte in quattro. Quando sentiamo invece i calciatori, con quelle frasi stereotipate, è una tristezza, un grigio elenco di banalità. Diventa difficile che giocatori così diventino dei modelli di comportamento, dei simboli per altri giovani. Mai una parola originale, mai una presa di posizione su qualsiasi avvenimento. Di cosa hanno paura? Che cosa temono?

Per questo, comunque vada a finire domani sera con la Bosnia, il problema è che il nostro calcio da un pezzo non sta bene. Più nella testa che nei piedi. Diciamo che la Nazionale è importante e poi non ha ottenuto neppure uno stage nei quattro mesi di pausa. Siamo aggrappati a vecchi ricordi, ma la realtà è che il povero Gattuso deve fare i salti mortali per mettere assieme un gruppo di giocatori che non solo siano bravi ma abbiamo anche delle forti motivazioni. Per riuscirci il buon Rino ha dovuto andare a cena con tutti visto che non poteva vederli nei raduni. E poi le visite, le chiamate telefoniche, le chiacchierate personali per risollevare l’autostima. Tra poco, per confortarli, spegnerà la luce e darà loro l’orsacchiotto antistress. Perché questi giocatori, che pure guadagnano milioni, hanno anche un problema di autostima. Con queste fragilità che ne riducono il rendimento, ne aumentano l’ansia, ne bloccano la creatività.

Forse riusciremo a battere questa Bosnia, che già ci fa paura. Però, l’altra vera missione sarà quella di rigenerare questo calcio sempre più modesto e intristito. Questa sì che sarà dura. Ce la faremo?

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