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Bonus casa, con il ritorno al 36% cresce il rischio di lavori in nero

Annunciata la conferma della detrazione al 50% solo per abitazioni principali. Sarà difficile tracciare da subito un confine esatto tra immobili agevolati in pieno e con sconto ridotto

di Dario Aquaro e Cristiano Dell'Oste

3' di lettura

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Concedere il bonus ristrutturazioni del 50% alle sole “prime case” dal 2025 significa scoperchiare un vaso di pandora. Se l’esperienza degli ultimi anni insegna qualcosa, si può scommettere che i casi particolari, le situazioni dubbie e le eccezioni saranno tantissimi: la casa in cui risiede un figlio è agevolata? La destinazione deve restare la stessa per tutto il periodo di recupero della detrazione? Sono incentivati i lavori su un alloggio appena acquistato in cui non si abita ancora? E se i coniugi risiedono in dimore diverse?

In vista della manovra di Bilancio, le prime indicazioni del Governo sono quelle di conservare l’attuale livello di detrazione (50% fino a 96mila euro di spesa) solo per le abitazioni principali, lasciando alle altre il 36% (su una spesa massima di 48mila euro).

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Naturalmente, per inquadrare con sicurezza l’assetto delle agevolazioni per l’anno prossimo bisognerà attendere l’approvazione del disegno di legge da parte del Parlamento. Ma alcuni punti sono chiari fin da adesso.

Bonus casa nel 2025, cosa cambia con la manovra

Il legame con la «prima casa»

Primo. Legare l’entità del bonus alla destinazione dell’abitazione è un inedito nel panorama delle detrazioni edilizie.

Esistono già altre agevolazioni legate all’uso della casa come abitazione principale (ad esempio la deduzione a fini Irpef e la detrazione degli interessi del mutuo), ma hanno regole specifiche che si sono stratificate nel tempo con il succedersi di circolari, interpelli, istruzioni ministeriali. Basta pensare che, nel 730, lo zio a certe condizioni può indicare come «abitazione principale» la casa in cui risiede solamente il nipote. O che, per l’Imu, marito e moglie possono avere due “prime case” distinte, entrambe esenti dall’imposta immobiliare (principio sancito dalla Cassazione).

È chiaro che chi ha in programma lavori di ristrutturazione vorrà sapere subito se può ottenere il bonus più ricco. E, magari, se può “adattare” la propria situazione per ottenerlo, un po’ come hanno fatto quei proprietari di edifici unifamiliari che li hanno frazionati per ottimizzare il superbonus. Il problema è che avere risposte oggi è impossibile e – con ogni probabilità – lo sarà anche per buona parte del 2025.

Sconto troppo basso

Il secondo fattore da considerare è l’entità stessa dello sconto fiscale riservato alle case diverse dalla prima. Dopo oltre 12 anni di bonus ristrutturazioni al 50% (la detrazione fu potenziata il 26 giugno 2012) un ritorno al 36% rischia di apparire penalizzante. E potrebbe indurre alcuni contribuenti a fare i lavori in nero, accettando magari un piccolo sconto immediato anziché un’agevolazione spalmata nel tempo.

Immaginiamo che per un intervento da 5mila euro il committente si trovi a scegliere tra l’importo fatturato o un pagamento senza fattura, senza Iva (ipotizzata al 10%) e con uno sconto da parte del fornitore: 4.200 euro. La detrazione del 36% restituisce in tutto 1.800 euro in dieci rate annuali da 180 ciascuna. Considerando un’inflazione al 2% annuo, significa poco più di 1.600 euro a parità di potere d’acquisto. L’alternativa, perciò, è pagare 4.200 euro nel 2025 e chiuderla così, oppure 5mila che diventano 3.400 con la dichiarazione dei redditi del 2035. Chi è a corto di liquidità o teme di incappare nella stretta alle detrazioni – annunciata sempre con la legge di Bilancio – potrebbe essere orientato a pagare in nero.

Il rischio, insomma, è quello di indebolire la funzione di “contrasto d’interessi” storicamente svolta dalle detrazioni edilizie. Probabilmente la scommessa dell’Erario – spinta dall’esigenza di ridurre la spesa pubblica – è riuscire comunque a intercettare chi non emette fattura, tramite l’incrocio dei dati e le analisi rischio sostenute dall’intelligenza artificiale.

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