Bollicine di design: il vino entra nel linguaggio del progetto
A Milano, un percorso sparkling non solo per festeggiare la design week, ma per sperimentare installazioni che amplificano e intensificano la degustazione.
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Per anni pensato come gesto conviviale, di accompagnamento alla kermesse del design - il bicchiere in mano mentre si attraversano cortili e showroom - oggi il vino entra nel linguaggio del progetto, si fa dispositivo narrativo, elemento di regia, materia sensibile. Nel 2026 questo passaggio è evidente. E ha un tratto preciso: sono le grandi Maison di Champagne a dettare il ritmo, occupando Milano con interventi che non si limitano alla degustazione, ma la incorporano in un racconto più ampio.
Perrier-Jouët sceglie come sempre i fiori, linguaggio privilegiato della Maison che nacque dall’incontro tra Pierre-Nicolas Perrier e Rose-Adélaïde Jouët, uniti non solo dalla passione per lo Champagne, ma anche dall’amore per il mondo botanico. Che si concretizza nell’anemone bianco disegnato nel 1902 dall’artista dell’Art Nouveau Émile Gallé, che ancora oggi decora la bottiglia della cuvée Belle Époque. Per questa edizione lo fa da SIAM 1838 nell’ambito di Forum Florum: Herbarium of the Present, l’installazione di Marcin Rusak Studio che comprende Plant Pulses, installazione immersiva creata in collaborazione con Perrier-Jouët. Un’esperienza artistica per cambiare prospettiva sul regno vegetale, permettendo di vedere e ascoltare i segnali invisibili che le piante emettono. Il progetto nasce da ricerche scientifiche condotte dall’Università di Cracovia, che hanno scoperto come le piante possano produrre segnali ultrasonici, ad esempio quando sono sottoposte a stress idrico.
Veuve Clicquot, seguendo il concetto del suo iconico giallo, costruisce alla Mediateca Santa Teresa l’installazione Chasing the Sun. Firmata da Yinka Ilori, lavora su luce e colore con una chiarezza quasi programmatica, ma è nel passaggio successivo che il progetto si compie davvero. Nel Clicquot Café, aperto per tutta la settimana dal 20 al 26 aprile, le cuvée della Maison entrano in scena come naturale prosecuzione dell’esperienza. Non c’è frattura tra vedere e bere: il vino arriva alla fine del percorso, ma ne è parte fin dall’inizio, calibrando tempi e percezione e la degustazione non interrompe la narrazione, la chiarisce.
Raccolta, intensa e molto incisiva la presenza di Ruinart. Il progetto Conversations with Nature, sviluppato con l’artista giapponese Tadashi Kawamata, si inserisce nel contesto di miart, fuori dal circuito più accessibile del Fuorisalone, e sceglie un registro completamente diverso. Ispirato dalle visioni tra vigne e cantine a Reims, l’artista immagina strutture in legno leggere e instabili, che costruiscono un dialogo continuo con l’ambiente e con il tempo, portando in fiera un’idea di fragilità che è anche una riflessione sullo Champagne stesso e sulla natura che ce lo regala. Qui il vino non è dichiarato come esperienza autonoma, ma agisce in modo più sottile: diventa presenza implicita, coerente con un progetto che mette al centro natura, trasformazione e durata. Un lavoro profondamente allineato con l’identità della Maison e che si riverbera in città. Dal 13 al 20 aprile, durante l’Art Week, sono prenotabili diverse esperienze gastronomiche nei migliori ristoranti, hotel e lounge bar milanesi come Langosteria Bistrot, IYO Restaurant, Stilla at Four Seasons Hotel Milano e A’Riccione Terrazza12.
Tornando in Italia, Franciacorta si muove all’interno dello showroom Slowear, sempre in area Brera. Il Consorzio porta avanti durante tutta la settimana un programma di degustazioni e approfondimenti ancorato alla dimensione enologica. Verticali, letture stilistiche, momenti guidati: poca scenografia, più contenuto. Intanto, nel Porta Venezia Design District nasce il primo Food District, un progetto diffuso che coinvolge ristoranti e locali del quartiere, da Consorzio Stoppani a Eroica Caffè, fino agli aperitivi al tramonto a Terrazza Palestro, che inserisce food&wine nel discorso progettuale e riconosce la dimensione gastronomica come linguaggio, non più come servizio.











