Sudamerica

Bolivia, perché Rodrigo Paz ha dichiarato lo stato di emergenza

Strade bloccate, città in difficoltà e un’economia sotto pressione. Così il Paese sudamericano è arrivato alla proclamazione dello stato di emergenza e a una nuova prova per il suo presidente

di Angelica Migliorisi

Il presidente della Bolivia Rodrigo Paz interviene durante un incontro con i leader della Confederazione dei lavoratori boliviani (COB – Central Obrera Boliviana) per avviare trattative nel contesto delle proteste che hanno causato interruzioni nella catena di approvvigionamento, provocando gravi carenze di generi alimentari, carburante e medicinali, a La Paz, in Bolivia, il 17 giugno 2026.  (REUTERS/Claudia Morales/Foto d’archivio)

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Da settimane la Bolivia vive al ritmo dei blocchi stradali. Sulle principali arterie che attraversano il Paese si sono accumulati camion e autobus fermi e lunghe file di veicoli in attesa di poter ripartire. Molte città sono alle prese con serie difficoltà nell’approvvigionamento di carburante, alimenti e medicinali. Le organizzazioni imprenditoriali parlano di danni economici enormi. I manifestanti sostengono invece di non avere altra scelta per costringere il governo ad ascoltare le loro richieste.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Nella notte tra venerdì e sabato, dopo oltre cinquanta giorni di proteste e circa quarantacinque di blocchi, il presidente Rodrigo Paz ha deciso di compiere il passo che gran parte del Paese attendeva o temeva.

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All’1.30 del mattino è apparso in televisione insieme ai ministri del suo governo per annunciare la proclamazione dello stato di emergenza su tutto il territorio nazionale.

«Abbiamo cercato la pace fino all’ultimo momento», ha dichiarato. «Abbiamo sempre creduto che la capacità di un governante non si misuri dalla forza, ma dalla capacità di evitarla. Ma arriva un momento in cui non agire smette di essere prudenza e diventa irresponsabilità».

Poche ore prima l’esecutivo aveva raggiunto un accordo con la Centrale operaia boliviana (Cob), il più importante sindacato del Paese, sulla sospensione delle misure di protesta promosse dalla centrale e la riapertura del dialogo con il governo. Ma la crisi non si è fermata.

Diversi gruppi contadini e organizzazioni sociali hanno infatti deciso di proseguire la mobilitazione. Compresi i coltivatori di coca del Chapare, la regione del centro della Bolivia che da anni rappresenta la principale roccaforte politica dell’ex presidente Evo Morales.

Il confronto con la sola Cob non è stato dunque sufficiente a riportare la situazione sotto controllo. Nel suo messaggio alla nazione, Paz ha spiegato di aver «esaurito tutte le vie del dialogo», di aver raggiunto accordi con i settori che avevano rivendicazioni considerate legittime e di aver deciso di intervenire per garantire la libera circolazione e il ripristino degli approvvigionamenti.

«I boliviani non possono continuare a essere tenuti in ostaggio da blocchi che impediscono loro di lavorare, studiare, ricevere cure mediche, procurarsi beni di prima necessità e provvedere alle proprie famiglie», ha affermato.

Un passo indietro

Il modello economico boliviano che per anni aveva beneficiato delle entrate derivanti dall’esportazione di gas naturale scricchiola da mesi ormai. Per quasi vent’anni il gas è stato uno dei motori dell’economia. Le esportazioni verso i Paesi vicini hanno garantito allo Stato miliardi di dollari, utilizzati per finanziare la spesa pubblica, i programmi sociali e i sussidi ai carburanti. Negli ultimi anni, però, la produzione è diminuita e le entrate si sono ridotte. Allo stesso tempo, le riserve in valuta estera della banca centrale si sono progressivamente assottigliate.

Con meno gas da esportare e meno dollari per acquistare all’estero carburanti, medicinali e altri beni essenziali, le difficoltà dell’economia sono uscite dai bilanci pubblici per entrare nelle case dei cittadini. E a maggio è iniziata la mobilitazione nazionale.

Sindacati, organizzazioni contadine, movimenti sociali e altri gruppi chiedono risposte alla crisi. Con il passare delle settimane, però, una parte della protesta ha assunto una dimensione sempre più politica, arrivando in alcuni casi a invocare apertamente le dimissioni del presidente.

I blocchi stradali sono diventati il principale strumento di pressione. In un Paese montuoso e vasto come la Bolivia, dove gran parte delle merci viaggia su gomma, interrompere le principali vie di comunicazione significa rallentare il funzionamento dell’intero sistema economico. Secondo stime diffuse dalle associazioni imprenditoriali (quindi non dati del governo), le perdite accumulate nelle ultime settimane avrebbero raggiunto un valore pari a circa il 5% del prodotto interno lordo previsto per il 2026. Così, nella notte tra venerdì e sabato, è arrivata la decisione: stato di emergenza in tutto il Paese.

Cosa comporta lo stato di emergenza

Il provvedimento si basa sulla Legge 1740, approvata dall’assemblea legislativa lo scorso 8 giugno. Secondo quanto spiegato dal governo, la misura non comporta la sospensione generalizzata delle attività economiche né dei diritti costituzionali fondamentali.

Non è previsto un coprifuoco nazionale. Non è stata introdotta una legge secca valida per tutto il territorio. Le scuole, le università, i mercati, le attività commerciali e il sistema bancario continueranno a operare normalmente.

L’obiettivo dichiarato è infatti vietare i blocchi di strade e autostrade, garantire la circolazione delle persone e consentire il trasporto di beni essenziali.

Le Forze armate affiancheranno temporaneamente la Polizia nelle operazioni necessarie a liberare le vie di comunicazione e a proteggere infrastrutture e servizi. Restrizioni temporanee potranno essere applicate solo nelle aree interessate da episodi di violenza o particolari rischi per la sicurezza. «Questo stato di emergenza non ha lo scopo di eliminare la normalità, ma di ripristinarla», ha detto Paz. Una promessa che si misurerà non sulle autostrade liberate, ma sulla capacità della Bolivia di uscire dalla crisi che le ha riempite.

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