Blinken, il diplomatico che può fare la differenza
Gli sforzi erculei» del tour negoziale perenne portano credito al presidente Biden
di Marco Valsania
2' di lettura
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Marito, papà, chitarrista molto amatoriale. E 71esimo segretario di Stato. È questa la succinta biografia di Antony Blinken sul social media X. Ed è vero che su Spotify ha potuto vantare due canzoni con la sua band giovanile, ritmi blues e rock.
Ma è la qualifica che ha lasciato per ultima quella oggi che più conta. Blinken, 61 anni, si è spogliato dell’immagine che lo vedeva, in politica, noto quale veterano funzionario e consigliere dietro le quinte. Per provare a indossare i panni dell’Henry Kissinger di Joe Biden.
La sua frenetica attività diplomatica nella crisi mediorientale, per sostenere Israele e allo stesso limitare tragedie umanitarie a Gaza e evitare escalation regionali del conflitto, rimane una partita aperta. Blinken è tuttavia diventato ben più del competente quanto grigio collaboratore di Biden che i suoi critici avevano finora dipinto. Nelle sue mani, con le crisi di politica estera, potrebbe risiedere il futuro della Casa Bianca di Biden e le sue chance di rielezione.
La nuova statura di Blinken, messa già alla prova dalla risposta alle guerra di invasione russa in Ucraina, è stata riconosciuta anche dagli avversari. «Un sforzo erculeo» ha definito la sua shuttle diplomacy il senatore repubblicano Lindsey Graham, frequente critico dei democratici.
Blinken fa leva su più qualità per il suo ruolo e la sua autorevolezza. È un consumato esperto di politica internazionale, calmo e sofisticato. È da anni vicinissimo a Biden; e non dà segno di scalpitare per ambizioni e agende personali, quali cariche elettive, che possano generare dissidi interni e rischiare di mettere in ombra o minare il presidente. È una ricetta che oggi rende Blinken ascoltato all’estero e affidabile in patria.








