Bitcoin, la Corea del Sud vuole mettere fine all’anonimato
di Pierangelo Soldavini
3' di lettura
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La Corea del Sud mette in atto la tanto annunciata linea dura nei confronti del Bitcoin puntando a mettere fine all’anonimato degli scambi. Le autorità di Seul hanno annunciato stamane che le banche locali saranno costrette a vietare operazioni provenienti da conti anonimi per il trading in criptovalute a partire da settimana prossima in modo da poter rendere tracciabili e trasparenti le transazioni e mettere un freno al riciclaggio e alle attività criminali, oltre che alla speculazione e all’evasione fiscale.
Le quotazioni del bitcoin si sono ridimensionate: dopo aver toccato ieri un picco a ridosso di 12.000 dollari, attualmente gli scambi osicllano attorno a 10.700 dollari, con una flessione che non appare particolarmente significativa per un mercato abituato ad alta volatilità. Ma la minaccia di una stretta in Estremo Oriente aveva già avuto effetto settimana scorsa, quando il Bitcoin e le altre criptovalute avevano lasciato sul terreno un quarto del loro valore in un paio di giorni. La criptovaluta più famosa ha sostanzialmente dimezzato le quotazioni dal picco di quasi 20.000 dollari toccato a metà dicembre.
Le misure di Seul
Il vice presidente della Financial Services Commission coreana, Kim Yong-beom ha spiegato in un briefing alla stampa che le misure, in vigore dal 30 gennaio, prevedono l’obbligo per le banche di identificare i possessori dei conti in criptovalute, insieme al divieto di trading per i residenti all’estero che non hanno conti correnti bancari in Corea e per i minori di 19 anni. Da settimana prossima saranno banditi anche tutti i conti esistenti utilizzati per le criptovalute.
Il trading in questo settore è diventato una vera e propria mania in Corea, che ha coinvolto decine di migliaia di persone, coinvolgendo anche giovanissimi e casalinghe, attratti da facili guadagni.




