ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di più
Industria
Big pharma, oltre 500 miliardi di investimenti per sfuggire ai dazi negli Usa
Dai 100 miliardi di AbbVie ai 70 miliardi di Pfizer e Merck, dai 50 miliardi di AstraZeneca ai 30 miliardi di Gsk: continuano ad aumentare gli impegni delle farmaceutiche nel Paese
Le principali multinazionali farmaceutiche stanno accelerando in modo senza precedenti la localizzazione della produzione negli Stati Uniti, con impegni complessivi che superano i 500 miliardi di dollari tra investimenti in ricerca, sviluppo e capacità produttiva. La dinamica è alimentata dalla prospettiva di dazi fino al 100% sui farmaci di marca, introdotti dall’amministrazione Trump salvo eccezioni legate a prezzi e produzione domestica. Secondo una ricostruzione basata su dati Reuters e analisi di settore, il movimento di reshoring coinvolge i principali player globali e punta a ridurre la dipendenza dalle catene di fornitura internazionali, rafforzando al contempo la presenza industriale negli Stati Uniti.
Chiedilo al Sole
Domande di approfondimento generate da 24Ore AI
Le domande sono suggerite automaticamente da 24Ore AI sulla base del contenuto visualizzato.
Oltre 500 miliardi di dollari in nuovi impegni
Le principali case farmaceutiche globali stanno rafforzando in modo significativo la propria presenza produttiva negli Stati Uniti, aumentando investimenti e scorte di magazzino in risposta alla stretta commerciale annunciata dall’amministrazione Trump. Il piano prevede l’introduzione di dazi fino al 100% sui farmaci di marca, salvo riduzione dei prezzi o delocalizzazione della produzione sul territorio americano.Sebbene l’applicazione delle misure risulti temporaneamente sospesa per le aziende che stanno investendo negli Stati Uniti, il solo annuncio ha già innescato una rapida accelerazione di progetti industriali, accordi sui prezzi e strategie di vendita diretta al consumatore. In questo contesto, alcune big pharma hanno ottenuto esenzioni pluriennali in cambio di impegni su prezzi e investimenti, anche attraverso la piattaforma governativa TrumpRx.gov, mentre altre hanno annunciato piani plurimiliardari per espandere la capacità produttiva negli Usa.
Loading...
Il totale degli investimenti annunciati dalle big pharma continua a salire. Nel luglio 2025 l’ammontare complessivo era stimabile in 316 miliardi per i 10 gruppi, americani ed esteri, con impegni sopra i 10 miliardi ciascuno. Oggi supera i 500 miliardi di dollari, distribuiti su un orizzonte pluriennale e concentrati soprattutto in nuovi impianti produttivi, ampliamenti di siti esistenti e infrastrutture di ricerca.
La strategia dei grandi gruppi farmaceutici americani ma anche internazionali risponde a tre obiettivi principali: evitare l’esposizione ai dazi sulle importazioni; garantire continuità delle supply chain; rafforzare l’accesso al mercato statunitense, oggi centrale nei ricavi del settore.
Le farmaceutiche americane
Tra i casi più rilevanti figura Pfizer, che ha siglato un accordo con il presidente Donald Trump impegnandosi a investire 70 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo e produzione domestica, ottenendo in cambio una moratoria triennale sui dazi. Stessa cifra per Merck, che sta sviluppando un piano di investimenti superiore a 70 miliardi di dollari, che include un nuovo impianto da 3 miliardi in Virginia, uno stabilimento da 1 miliardo in Delaware per biologici e oncologia, l’espansione da 1 miliardo in North Carolina e ulteriori investimenti nella divisione animal health in Kansas.
Loading...
Tocca invece i 100 miliardi l’impegno di AbbVie in ricerca e sviluppo negli Stati Uniti su un arco temporale di dieci anni, oltre a investimenti industriali aggiuntivi per circa 380 milioni di dollari nel sito di North Chicago.
Dal canto suo Johnson & Johnson ha annunciato un incremento del 25% degli investimenti nel Paese, per un totale di 55 miliardi di dollari in quattro anni, includendo nuovi impianti in North Carolina e Florida e un rafforzamento della capacità produttiva nei segmenti innovativi. Mentre Eli Lilly ha annunciato un piano minimo da 27 miliardi di dollari per quattro nuovi stabilimenti produttivi negli Stati Uniti, con ulteriori espansioni già in fase di sviluppo. Il gruppo ha inoltre indicato la costruzione di più siti industriali in Alabama, Virginia, Texas e Pennsylvania.
Fra le biotech Gilead Sciences ha incrementato il proprio piano a 32 miliardi di dollari complessivi, includendo un nuovo hub produttivo in California e ulteriori siti di sviluppo. Più contenuto il piano approvato da Amgen, che ha annunciato investimenti per circa 1,5 miliardi di dollari, tra espansione in Ohio, nuovi impianti in North Carolina e potenziamenti in California e Porto Rico.
Gli investimenti dei gruppi internazionali
Il processo di riallocazione degli investimenti del settore farmaceutico globale verso gli Stati Uniti sta via via poi assumendo una dimensione strutturale, con un crescente numero di gruppi internazionali che rafforzano la propria presenza industriale nel Paese attraverso piani plurimiliardari di lungo periodo.
In questo contesto il gruppo britannico GSK ha annunciato investimenti per 30 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni negli Stati Uniti, con un focus su ricerca e sviluppo e sul rafforzamento della supply chain. Sempre dal Regno Unito, il settore europeo è rappresentato da AstraZeneca, che ha previsto un piano da 50 miliardi di dollari entro il 2030, comprendente la costruzione di un grande impianto in Virginia e l’espansione di diversi siti produttivi sul territorio statunitense, accompagnato da trasferimenti tecnologici e politiche di gestione delle scorte finalizzate a mitigare l’impatto dei dazi.
A distanza di qualche giorno dalla conclusione del vertice, proviamo a fare un bilancio: chi esce rafforzato da Évian? Quali risultati concreti sono stati raggiunti? E soprattutto: in un mondo sempre più...
Dal fronte svizzero Roche ha pianificato investimenti per 50 miliardi di dollari in un arco di cinque anni, con interventi che includono l’espansione del polo diagnostico di Indianapolis e il potenziamento del sito produttivo di Holly Springs, in North Carolina. Sempre dalla Svizzera, Novartis ha delineato un piano da 23 miliardi di dollari, destinato alla costruzione e all’ampliamento di dieci siti produttivi negli Stati Uniti, oltre al rafforzamento del centro di ricerca e sviluppo di San Diego.
La francese Sanofi ha invece annunciato un investimento minimo di 20 miliardi di dollari entro il 2030, concentrato su produzione e attività di ricerca, beneficiando al contempo di livelli elevati di scorte già presenti sul mercato statunitense, che dovrebbero contribuire a contenere gli effetti nel breve periodo. La danese Novo Nordisk ha adottato una strategia prevalentemente difensiva, sottolineando la propria forte integrazione produttiva negli Stati Uniti e definendosi “U.S.-centric”, con un’esposizione tariffaria considerata limitata.
Guardando al di fuori dell’Europa, l’indiana Cipla sta invece procedendo a un’espansione selettiva della propria presenza industriale negli Stati Uniti, concentrata soprattutto nei segmenti dei prodotti respiratori avanzati, con l’obiettivo di rafforzare la capacità produttiva locale. Nel comparto delle biotecnologie, l’australiana CSL ha annunciato un piano da circa 1,5 miliardi di dollari per la produzione di terapie plasmaderivate negli Stati Uniti, con un programma di espansione che si estende fino al 2031.
Nel complesso il settore farmaceutico globale sta attraversando una fase di profonda riconfigurazione geografica, nella quale gli Usa assumono un ruolo sempre più centrale come hub produttivo e di ricerca. Il fenomeno appare sempre meno congiunturale e sempre più strutturale, sostenuto dall’interazione tra politiche industriali, gestione del rischio tariffario e strategie di competitività globale. L’esito è un progressivo riequilibrio delle catene del valore internazionali, con una crescente concentrazione degli investimenti sul territorio americano e una riduzione dell’esposizione produttiva al di fuori degli Stati Uniti.