Dazie e tecnologie
Biden eredita da Trump dazi su tre quarti delle importazioni dalla Cina e quattro anni di retorica che hanno fatto breccia nell’opinione pubblica. Convinto sostenitore del libero scambio, in campagna elettorale il democratico ha tuttavia a sua volta accusato Pechino di «assalto alla creatività americana», furto di proprietà intellettuale, attacchi informatici e sussidi ingiusti. Una volta insediato alla Casa Bianca, sarà spinto a continuare su questa linea dal Partito democratico, nelle cui fila ci sono esponenti che hanno scavalcato perfino l’Amministrazione Trump quanto a oltranzismo. Il mese scorso, i parlamentari Democratici hanno presentato un piano da 350 miliardi di dollari «per affrontare la chiara e presente minaccia che la Cina rappresenta per la nostra prosperità economica e sicurezza nazionale».
La guerra commerciale è solo l’aspetto più appariscente di una competizione profonda e drammatica: quella per la supremazia nelle nuove tecnologie, chiave per il dominio dell’economia del futuro. Lo scontro è cominciato ben prima di Trump, che lo ha esaltato con le sanzioni e i provvedimenti su Huawei, Zte, Tik Tok (solo per citare i casi più eclatanti), e non finirà con la sua Amministrazione. Gli Stati Uniti non arretreranno di un passo. Nel programma Buy American di Biden, ci sono 300 miliardi di dollari per la creazione di posti di lavoro qualificati in settori come veicoli elettrici, 5G, reti mobili, intelligenza artificiale e energie rinnovabili. Servono a difendere gli Stati Uniti dalla sfida lanciata da Pechino con il piano Made in China 2025 e ribadita nel piano quinquennale appena varato da Xi Jinping.
Hong Kong
In campagna elettorale, il neo presidente ha promesso di dare piena attuazione alle leggi che puniscono Pechino per aver eroso l’autonomia di Hong Kong. Secondo Jean-Pierre Cabestan, professore di studi internazionali dell’Università Battista di Hong Kong, «sarà molto difficile abbassare i toni e allentare le sanzioni». Tanto più che la morsa del regime cinese si stringe sempre più: pochi giorni fa i parlamentari democratici si sono dimessi in massa dall’Assemblea legislativa di Hong Kong per protestare contro l’espulsione di alcuni di loro, per «scarso patriottismo». Su questo fronte l’asse tra Usa e Europa è già nei fatti.
Taiwan e Mar della Cina meridionale
Nel gennaio del 2016, Tsai Ing-wen ha conquistato la presidenza di Taiwan promettendo di difenderne identità e indipendenza dalle pressioni della Cina, che la considera parte del proprio territorio nazionale. Su quell’impegno, Tsai Ing-wen si è guadagnata la riconferma nel 2020, insieme all’ostilità di Pechino. Le tensioni sono aumentate dopo la lezione impartita dal regime di Pechino a Hong Kong con la draconiana legge sulla sicurezza nazionale.
L’Amministrazione Trump si è inserita in questa relazione complicata incrementando le vendite di armi a Taiwan. Taipei, che prende sul serio le minacce di invasione cinese, cercherà anche con Biden di cementare il legame con gli Usa. Il democratico non potrà inviare segnali di incertezza, per non minare la credibilità degli Stati Uniti e del loro impegno verso gli alleati nella regione. Il teatro di attrito è direttamente collegato a quello più ampio del Mar della Cina meridionale, dove Pechino è sempre più aggressiva e navi militari Usa e cinesi incrociano le rotte.