Usa

Biden, dal Congresso a Hollywood cresce la fronda per il ritiro dalla corsa alla Casa Bianca

Nancy Pelosi chiede che ci ripensi. Il primo senatore rompe i ranghi e salgono a nove le defezioni dei deputati, spesso centristi e moderati. E George Clooney è sferzante: non è più lo stesso

di Marco Valsania

Il  presidente Usa Joe Biden. REUTERS/Evelyn Hockstein     TPX IMAGES OF THE DAY

5' di lettura

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Joe Biden non ha il vuoto sotto di sè ma si allargano le crepe nel partito democratico che, se non verranno arginate, potrebbero far crollare la sua candidatura. Malumori e ribellione montano nelle fila della nomenclatura e dei grandi fiancheggiatori democratici, da influenti deputati e senatori a re di Hollywood, mettendo in dubbio l’efficacia della controffensiva del Presidente per mettere a tacere i dissensi e rimanere il portabandiera alle urne di novembre nel duello con Donald Trump.

Una ribellione che avanza

I protagonisti della fronda non sono neppure scontati, sintomo della profondità della crisi: a guidarla, insolitamente, sono correnti moderate e centriste. Mentre la sinistra più militante, pur protagonista delle recenti proteste sulla politica della Casa Bianca sulla guerra israeliana a Gaza, resta al momento a fianco dell’81enne Presidente.Le sconfessioni o quantomeno gli inviti a riconsiderare con serietà il proprio futuro si sono moltiplicati nelle ultime ore dopo che erano sembrati calmarsi.

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Nancy Pelosi insinua che è tempo di ripensamenti

Nancy Pelosi, la californiana ex Speaker della Camera e un tempo grande alleata del Presidente, ha detto che Biden deve decidere rapidamente il da farsi, ignorando che il Presidente ha detto di voler continuare la sua corsa. “Il tempo stringe”, ha detto rivolta a Biden. Il peso della presa di posizione, per quanto ambigua, da parte di una delle più rispettate e ammirate figure del partito, è fuor di dubbio: nei fatti ha suggerito un ripensamento che potrebbe offrire copertura politica a continue defezioni.

Nove defezioni alla Camera, da New York all’Oregon

Non basta. Pat Ryan, deputato di New York, e il veterano deputato dell’Oregon (e progressista) Earl Blumenauer hanno entrambi chiesto esplicitamente che non sia Biden il candidato a novembre. La loro discesa in campo ha portato a nove i deputati che hanno esplicitamente invocato un passo indietro Biden, per il bene del Paese e del partito, senza contare i silenzi eccellenti di molti altri.

Lo strappo del senatore Welch

Al Senato, dove Biden è stato per decenni, la diga in sua difesa si è rotta. Peter Welch del Vermont, in un articolo sul Washington Post, è diventato il primo senatore a chiedere apertamente il suo ritiro: “La posta in gioco non potrebbe essere più alta e non possiamo cancellare la disastrosa performance del Presidente Biden nel dibattito” con Trump. Il suo strappo è d riguardo: Welch è nto per la sua pacatezza e lo spirito bipartisan e amante del compromesso. Michael Bennet del Colorado ha aggiunto la previsione di una imminente vittoria a valanga di Trump con Biden a caccia a rielezione. Al coro dei perplessi si sono aggiunti anche alcuni governatori, quali Katie Hobbs dell’Arizona, che richiedono a Biden di dimostrare assi più chiaramente di come abbia fatto di essere in grado di riscattarsi e di avere una chiara strategia per vincere.

Una rivolta “centrista”

Sono tutti o quasi esponenti eletti in stati o seggi combattuti, centristi che vedono a rischio ogni possibilità non solo di conquistare nuovamente la Casa Bianca ma di mantenere maggioranze democratiche al Senato e di strapparle alla Camera. Sono spesso considerati cruciali per i destini del partito tra fasce di elettori indipendenti considerate decisive nelle urne. Quello che mettono in scena è un tradimento apparente nei confronti di un leader, Biden, che vanta con lui stesso una tradizione di moderato.

La sinistra ancora con Biden

Al contrario è l’ala più progressista, dal senatore Bernie Sanders alla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, a restare finora in maggioranza schierata pubblicamente e paradossalmente con Biden. Spesso ha seggi sicuri e considera Biden, nonostante differenze e screzi, il Presidente che ha attuato le politiche più liberal da generazioni, citando i piani industriali, di transizione energetica e la sua difesa del diritto d’aborto.

Lo smarcamento di finanziatori e personalità

Ma la fronda anti-Biden ha ranghi più affollati dei soli politici. Il conduttore della rete Tv George Stephanopoulos, personalità mediatica ed ex stretto collaboratore di Bill Clinton che ha recentemente intervistato Biden, è stato colto in video a dire di non credere che il Presidente sia in grado di vincere e completare un nuovo mandato. Un ex speechwriter di Barack Obama ha descritto la coesistenza di due Biden nel chiedere che si faccia da parte, lo statista di successo degli ultimi anni, impegnato per il bene comune, carico di empatia e forgiato nelle battaglie; e il vecchio testardo carico di risentimenti, miope e arrogante. Gli ha chiesto di scegliere la prima identità per preservare la sua eredità.Ancora: la rivolta serpeggia tra donatori e personalità.

La sferzata di Clooney

Uno dei grandi finanziatori democratici a Hollywood, la stella del cinema George Clooney, ha pubblicato nelle ultime ore un op-ed sul New York Times affermando che, pur con tutto l’affetto e l’ammirazione, Biden deve farsi da parte perché non più l’uomo di altre campagne, del 2010 ma neppure del 2020. Lo ha visto da poco e da vicino ad un grande fundraiser che aveva organizzato per lui e il giudizio è lapidario: “E’ lo stesso uomo che tutti abbiamo visto nel dibattito”. Quel dibattito con Trump, cioè, che ha sollevato lo spettro di un serio declino dell’anziano leader democratico, tra frasi mozze e confuse.

La controproducente autodifesa di Biden

Ha irritato e preoccupato molti, nel partito e tra i sostenitori, anche la difesa scelta da Biden e dalla sua cerchia più ristretta, a base di attacchi ai critici, apostrofati come elite e media responsabili d’una congiura per estrometterlo. Una tesi che ha ricordato a qualcuno atteggiamenti trumpiani. Come anche il suo negare la realtà, definendo falsi i sondaggi che lo bocciano. Non ha aiutato una presa di posizione parsa egocentrica nella quale ha detto che sarà soddisfatto se avrà da tutto se stesso nella campagna anche qualora perdesse. Nè rivendicazioni dogmatiche di essere l’unico che può battere Trump.

Le preoccupazioni del sindacato

La sua stessa tradizionale base di supporto non è affatto immune al nervosismo. Biden ieri è passato dalla sede della centrale sindacale Afl-Cio, per celerarne il sostegno alla sua candidatura, ma subito dopo il meeting sono emerse indiscrezioni sui “seri dubbi” espressi da grandi leader delle union sulle vere chance di Biden di vincere a novembre. Gli imputano mancanza di focus e srategia concreta. L’elettorato più generale, nei sondaggi, in gran parte, continua inoltre a considerarlo oggi troppo anziano per i rigori della Casa Bianca.

Il sostegno a Biden, dalla famiglia ai governatori

Biden mantiene il convinto supporto della famiglia, dal figlio Hunter alla moglie Jill. Il suo scetticismo personale nella macchina del partito ha radici nelle pressioni che in passato lo costrinsero a rinunciare a correre già nel 2016 contro Trump, perché era il turnoo di Hillary Clinton che poi fu sconfitta. E ha un solido bacino di sostegno tra gli esponenti afroamericani, nel sindacato, tra influenti governatori quali Gavin Newsom della California e in una significativa fetta di notabili democratici che quantomeno temono sia già troppo tardi per cambiare con efficacia il portabandiera.

Prendere tempo per superare la bufera

Appare essere proprio questa, a conti fatti, la strategia di resistenza di Biden: prendere tempo, finchè diventi nei fatti chiaro per tutti che è impossibile cambiare. Avrebbe anche spinto per anticipare il conteggio dei delegati per la nomination formale all’inizio invece che alla fine della Convention democratica di agosto a Chicago, per evitare tensioni e sorprese in sala.Nel frattempo ha fatto scattare un maggior numero di comizi e interviste televisive per provare a scacciare l’immagine di fragilità. Avrà una conferenza stampa questa sera dal summit Nato a Washington e una comparsa in Tv alla Nbc lunedì sera, in concomitanza con l’avvio della Convention repubblicana a Milwaukee. Spesso si tratta però di interventi limitati, preparati e letti con il teleprompter. Le iniziative spontanee, dove ha mostrato scivoloni, restano rare. Se i suoi sforzi di rimanere in sella avranno successo è un interrogativo in cerca di risposta. Forse presto questa risposta ci sarà.

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