Bilancio 2024

Bertolami: «l’Italia è destinata a perdere competitività con l’Iva al 22%»

Buoni risultati a fine anno, si aprono nuovi mercati ad Est con Praga, ma l’impatto dell’apparato burocratico che regola la tutela frena lo sviluppo

di Silvia Anna Barrilà e Marilena Pirrelli

Rolex Daytona, Ref. 6239 Paul Newman 1969, top lot da Bertolami Fine Art

9' di lettura

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«Chiudiamo il 2024 con un fatturato di 14.890.000 euro (+4,5%) e molti spunti di riflessione sulla peculiare situazione del mercato dell’arte italiano, collocato al centro di due forze opposte, da una parte quella all’innovazione e alla crescita e dall’altra quella allo stallo determinata dall’impatto con l’apparato burocratico preposto all’applicazione delle leggi di tutela dei beni culturali» spiega Giuseppe Bertolami, amministratore unico di Bertolami Fine Art. «Il 2024 ci ha mostrato il consolidamento di quel processo di internazionalizzazione delle aste che è oramai sulla bocca di tutti - prosegue. - Un processo elettrizzante per la sua capacità di creare relazioni commerciali con clienti di aree geografiche un tempo irraggiungibili, ma che ci immerge in scenari di mercato spesso poco decifrabili. Anche per questa ragione abbiamo scelto di dare la priorità all’apertura di Bertolami Fine Art Prague. Avvicinare non virtualmente ma fisicamente una realtà di mercato tanto diversa dalla nostra ci riporta nel solco di una concretezza di cui cominciavamo ad avere nostalgia. L’effervescenza delle economie dei paesi dell’Est è tangibile e sta creando una interessante platea di potenziali acquirenti di cui bisognerà imparare a decifrare il gusto».

Giuseppe Bertolami, amministratore unico di Bertolami Fine Art

Gli episodi più significati dell’anno che si è appena concluso?
Due rari episodi in cui lo Stato italiano ha adottato comportamenti che hanno avuto un impatto positivo sul nostro settore mi hanno fatto riflettere sull’enorme spinta che potremmo ricevere da politiche statali mirate a una maggiore cooperazione. È stato in primo luogo impressionante registrare l’immediato interesse del mercato verso tutti gli artisti della complessa galassia Futurista, Secondo Futurismo compreso, all’indomani dell’apertura della mostra che la Galleria Nazionale ha dedicato a «Il tempo del Futurismo». Mai come in questa occasione mi è risultata chiara l’utilità delle grandi mostre istituzionali per divulgare, valorizzare e sostenere l’arte nazionale. Quanto si è spesa la Francia per sostenere la produzione post-Impressionista? Moltissimo. E quanto è, invece, mancato l’apporto di importanti esposizioni mirate a raccontare in dettaglio i protagonisti dell’arte figurativa italiana tra le due guerre?
E poi il secondo episodio rimarchevole è l’acquisto da parte dello Stato di uno splendido tondo devozionale quattrocentesco da destinarsi alle Gallerie degli Uffizi è l’altro episodio rimarchevole. Riemerso in una nostra asta di Old Masters dopo una quarantennale permanenza in una importante collezione privata, il dipinto ha riscosso l’attenzione dei curatori degli Uffizi in quanto opera di sicura mano del fiorentino Biagio d’Antonio Tucci (1445-1510 ca), coetaneo di Botticelli e Perugino e, insieme a loro e a tanti altri protagonisti dell’arte della seconda metà del ‘400, attivo nella celebre bottega di Andrea Verrocchio. Il dipinto è riemerso grazie alla decisione del proprietario di metterlo sul mercato affidandosi allo strumento della vendita all’asta, vale a dire a una forma di vendita pubblica. Se lo Stato, seguendo una prassi purtroppo consolidata nel nostro paese, si fosse limitato a notificare l’opera, questa sarebbe con molta probabilità rientrata nell’inaccessibile collezione privata di appartenenza o in quella di qualche altro privato disposto ad acquistare un bene non esportabile in cambio magari di un cospicuo sconto sul prezzo richiesto. La decisione dello Stato di esercitare il diritto di prelazione nell’acquisto ha, invece, consegnato la preziosa tavola rinascimentale alla fruizione di appassionati e studiosi senza alcun danno per il proprietario. In tutti i paesi occidentali la procedura che ho descritto è la prassi, speriamo che anche in Italia possa cambiare qualcosa.

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Quali settori sono in crescita e quali in calo?
L’ascesa del settore Luxury è fotografata con chiarezza dai top lot del 2024: al primo posto un Rolex Daytona Paul Newman del 1969 passato di mano per 211.200 euro (dalla stima tra 70-140mila euro) e al secondo una bottiglia di Black Bowmore DB5 Single Malt Scotch Whisky, 1964 venduta a 128.000 euro. Parliamo dell’eccezionale blend di riserve di Bowmore Black del 1964 prodotto in sole 25 bottiglie ricavate modificando veri pistoni della Aston Martin DB5, la leggendaria autovettura in dotazione a James Bond nel film Agente 007: Missione Goldfinger. Il lusso si vende in tutte le sue declinazioni: alta gioielleria, orologi di culto, vini e distillati di pregio e luxury handbags, meglio se firmate Hèrmes e Chanel.
Le contraddizioni del nostro tempo si riflettono nel mercato degli incanti di opere d’arte e beni di pregio: da una parte la ricerca del lusso estremo, dall’altra la spinta dei nuovi valori etici nel determinare il tramonto o la fortuna di interi settori collezionistici o categorie di artisti. La pressione sul nostro mercato di istanze di natura ideologico-morale è fortissima. Per motivi legati alla salvaguardia delle specie selvatiche protette sta ad esempio crollando il mercato degli oggetti d’arte in avorio scolpito, anche se antico, dando vita a uno di quegli irragionevoli processi alla storia che sono tipici degli ideologismi estremi. Se l’avorio arretra un po’ dovunque, avanza invece con forza l’arte delle donne. Grande tensione in sala e vendite garantite se in un’asta di Old Masters compaiono opere avvicinabili ai nomi leggendari di Artemisia Gentileschi, Fede Galizia, Lavinia Fontana, Sofonisba Anguissola ed Elisabetta Sirani, mentre nelle vendite curate dal nostro dipartimento di Arte del XXI secolo si affacciano lavori di LGBTQ Art. Anche il settore dell’archeologia soffre dell’erronea associazione all’idea della provenienza sempre e comunque illecita. In Italia poi l’assenza di una legislazione chiara in materia ha letteralmente congelato ogni transazione. Tra i settori in leggera flessione indicherei il design. Come ben sanno i conoscitori, nel campo dell’arte il successo chiama sempre un eccesso di offerta, spesso di pezzi di mediocre qualità se non addirittura falsi, e l’entusiasmo del pubblico si raffredda. È un processo fisiologico su cui si deve intervenire tempestivamente offrendo il rassicurante antidoto di un’offerta merceologica vagliata da esperti di comprovata serietà e competenza professionale. Sorprendente la ripresa del mercato degli argenti da collezione e costante la crescita del settore degli Old Masters con un rapporto qualità-prezzo che lascia ancora ampio spazio di manovra alla realizzazione di ottimi affari.

E nei diversi periodi dell’arte quali artisti sono più ricercati dai collezionisti?
Nel settore dell’arte moderna e contemporanea intercettiamo una crescita di richiesta per alcune tendenze dell’arte figurativa italiana tra le due guerre. I maestri del Realismo magico - Antonio Donghi, Felice Casorati, Cagnaccio da San Pietro e Ubaldo Oppi - hanno probabilmente raggiunto le loro massime quotazioni ma sono anche diventati introvabili. La componente espressionista di cui è capofila Fausto Pirandello deve, invece, ancora crescere. Nel 2022 si è celebrato con grande enfasi il record di una sua grande tela, le «Bagnanti», venduta a 300.000 euro, ma un capolavoro del genere deve arrivare a fare di più. La mostra sul Futurismo della Gnam sembra spingere nel suo complesso tutta l’intricata galassia degli artisti del Secondo Futurismo, venduti con grande successo nell’asta di dicembre. Avvertiamo anche grande fermento tra i collezionisti dei paesi dell’Est Europa che cercano di riportare a casa i lavori dei loro pittori post war, gli Informali, soprattutto.

 Anticipazioni sul prossimo anno: previsioni? 
Abbiamo terminato da pochi giorni le vendite del 2024 ed è veramente troppo presto per fare previsioni su quelle del prossimo anno. Posso però anticipare che siamo al lavoro su un progetto di convegno dedicato all’analisi delle numerose opacità della normativa italiana in materia di beni di interesse archeologico. L’innovazione telematica sarà la prima delle nostre priorità. Stiamo avviando collaborazioni interessanti in questa direzione anche con il mondo della ricerca universitaria.

La Francia e la Germania dal 1° gennaio applicano l’Iva ridotta sugli scambi sull’arte rispettivamente al 5,5% e al 7%, l’Italia che ha sempre l’aliquota ordinaria al 22% non ha ancora deciso se recepire o meno la direttiva Ue 2022/542 del Consiglio del 5 aprile 2022. Una disparità fiscale sull’Iva influisce sul vostro lavoro? Che ripercussioni ci sono sui vostri clienti, sia venditori che acquirenti?
Gli effetti sono facilmente prevedibili: se l’Italia non seguirà la scia della Francia e della Germania, sul mercato internazionale perderà competitività rispetto a quei due concorrenti. Il mercato dell’arte italiano è già fortemente compresso dall’applicazione restrittiva delle leggi di tutela dei beni culturali e lo squilibrio fiscale sull’Iva sarà l’ennesimo gravame posto sullo sviluppo di un settore dell’economia nazionale che, invece, presenterebbe potenzialità di crescita più che interessanti.

Altri paesi in Europa sono più veloci di noi?
Nello scenario che si è aperto dopo la Brexit, Parigi si è mossa abilmente riuscendo ad accreditarsi come punto di riferimento del mercato dell’arte dell’Europa continentale, la Germania l’ha ovviamente seguita a ruota e noi stiamo incredibilmente ancora a vaticinare sulla possibilità che arrivi un provvedimento di adeguamento a un’indicazione data dalla Francia con chiarezza. Per un imprenditore è sempre difficile comprendere le dinamiche che generano queste forme di pernicioso immobilismo.

In merito alla circolazione internazionale, le cose sono migliorate o peggiorate? E perché? Siete a conoscenza che dal 28 giugno 2025 sarà introdotto in Italia il Regolamento (UE) 2019/880 sull’introduzione e l’importazione di beni culturali che prevede che l’importatore dovrà attestare che i beni (diverse categorie elencate) sono stati legalmente esportati da paesi terzi? Come vi state attrezzando?
Il Regolamento UE 2019/880 evidenzia che il delicato tema della circolazione internazionale di opere d’arte si sta ulteriormente ingarbugliando. Gli operatori italiani del mercato dell’arte patiscono da anni i danni prodotti alla loro attività dall’applicazione restrittiva e spesso del tutto arbitraria delle leggi che regolano l’esportazione dei beni di interesse culturale dal territorio della Repubblica. Ora però prendiamo atto che il problema si è arricchito di una nuova allarmante declinazione, quella delle insidie derivanti dall’importazione di beni di interesse culturale provenienti da paesi extra comunitari. Il contesto storico che ha prodotto l’esigenza di regolamentare l’importazione dei beni culturali extra comunitari è quello apertosi nel 1990 con la Prima Guerra del Golfo. Da quel primo conflitto - a cui sono seguiti l’invasione dell’Iraq da parte delle truppe Usa nel 2003 e l’inizio della guerra civile in Siria nel 2011 - è emerso il massiccio ricorso delle organizzazioni terroristiche impegnate sul campo al saccheggio e al traffico di antichità a scopo di autofinanziamento. Le disposizioni normative mirate ad arginare lo scioccante fenomeno sono state immediate e molteplici: dalle Risoluzioni Onu dei primi anni ’90 alle leggi emanate dai singoli stati occidentali. All’inizio il riferimento alla tutela del patrimonio culturale delle zone di guerra - l’Irak, la Siria, la Libia, lo Yemen - era esplicitamente dichiarato, poi siamo passati a testi di legge mirati a regolare globalmente la materia dell’illecito commercio internazionale di beni culturali, un obiettivo che caratterizza anche il Regolamento UE 2019/880, che, in più, vorrebbe offrire spunti per armonizzare le norme di legge emesse sul tema dagli stati membri dell’Unione.

Come si sta attrezzando Bertolami Fine Art di fronte all’esigenza di accertare la legale esportazione da un paese terzo? 
In nessun modo perché parliamo di una missione semplicemente impossibile. Siamo abbastanza allertati ed esperti per fiutare l’illecita provenienza di un bene culturale del Medio Oriente, ma non potremo mai acquisire le stesse competenze e la stessa sensibilità con riferimento agli oggetti provenienti da tutti gli innumerevoli stati disseminati sul nostro pianeta, ciascuno, tra l’altro, con peculiari normative di tutela dei propri beni culturali e persino con una visione di cosa sia un bene culturale talvolta abissalmente diversa dalla nostra. Quindi ribalto la domanda: come si sta attrezzando la Comunità europea o chi per lei per mettere gli operatori del mercato dell’arte nelle condizioni di fare questi controlli? Saranno create delle banche dati che ci consentiranno di comprendere se quel determinato tipo di bene poteva uscire liberamente dal territorio di appartenenza oppure se c’era bisogno di un certificato di esportazione?
A questa domanda se ne aggiungono inevitabilmente altre due: considerando che al numero 27 dell’introduzione il Regolamento fa esplicito riferimento alla necessità di “istituire campagne di sensibilizzazione rivolte agli acquirenti di beni culturali per quanto riguarda il rischio del commercio illecito e assistere gli operatori del mercato nella loro comprensione e applicazione del presente regolamento”, cosa si sta facendo in merito? Sino ad ora sul tema abbiamo registrato un catacombale silenzio e la cosa non mi sorprende, perché quando passeremo dalle indicazioni generali alla prassi ci renderemo conto che il legislatore parlava spinto da ottime intenzioni ma senza alcuna conoscenza dei problemi pratici della materia.

L’Italia intanto si è portata avanti con il Nuovo Titolo VIII bis del Codice Penale....
Sarebbe anche importante chiarire come interagirà il Regolamento UE con la legge italiana 9 marzo 2022, n.22 che ha introdotto nel Codice Penale un nuovo Titolo VIII bis completamente dedicato a incriminazioni poste dal legislatore a tutela del patrimonio culturale. Tra queste viene prevista all’articolo 518-decies l’importazione illecita di beni culturali come reato punibile con la reclusione da 2 a 6 anni. Il legislatore non si dilunga in spiegazioni e il risultato è che abbiamo già notizia di procedimenti penali avviati per manufatti precolombiani di valore risibile, oggetti dal valore di poche decine di euro che negli anni ’50-’60 venivano acquistati dai turisti italiani come souvenir ed esportati alla luce del sole. A fronte delle paradossali situazioni prodotte dalla nuova normativa penale italiana si nota che il Regolamento UE ha il buon senso di introdurre una soglia di valore al di sotto della quale l’illecito non esiste. Il tema è insomma incandescente e rischia di tradursi in una pletora di costose attività giuridiche destinate a finire nel nulla. Come ripeto, comprendiamo e facciamo nostro lo spirito della legge, ma vediamo anche con chiarezza le insidie che possono derivare al mercato legale dell’arte da normative formulate in modo approssimativo e generico.

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