A partire dal 2009, però, i prezzi smettono di muoversi in modo irregolare e cominciano a seguire un ritmo preciso: rialzo ogni giovedì, tagli di esattamente 2 centesimi al litro al giorno per tutta la settimana. I margini delle compagnie, intorno ai 5 centesimi al litro prima del 2010, raddoppiano nel giro di pochi mesi. Tutto questo senza una riunione segreta, una telefonata o un’e-mail: BP, il principale operatore con il 22% delle stazioni, assume il ruolo di price leader: ogni mercoledì fa aumentare il prezzo a una quindicina delle sue stazioni, un giorno prima degli altri. Gli altri osservano sul sito governativo e il giovedì seguono a ruota. La trasparenza obbligatoria, pensata per i consumatori, ha creato lo strumento perfetto per coordinarsi senza parlarsi.
Un secondo modo in cui la politica di trasparenza può avere conseguenze inaspettate sembra opposto al primo, ma è altrettanto istruttivo. A Melbourne, cinque grandi catene (BP, Caltex, Woolworths, Coles e 7-Eleven) erano abbonate a una piattaforma privata, che condivideva i prezzi di tutte le stazioni ogni 15-30 minuti tra i sottoscrittori. L’autorità antitrust australiana apre un’indagine, convinta che quella condivisione di informazioni sui prezzi praticati facilitasse la collusione, e nel 2016 ottiene che Coles, una delle compagnie coinvolte, esca dalla piattaforma. Risultato atteso: più concorrenza. Risultato effettivo, documentato da Byrne et al. (2025): i margini aumentano del 50%, sia per Coles che per i suoi rivali.
Privata dell’accesso ai dati in tempo reale, Coles aveva smesso di reagire istantaneamente alle mosse dei concorrenti. Questa ignoranza forzata si era trasformata, paradossalmente, in un vantaggio strategico: diventando più lenta e meno prevedibile, Coles aveva assunto involontariamente il ruolo di price leader. I rivali, sapendo che non avrebbe reagito subito a un loro ribasso, avevano un minor incentivo a fare una guerra di prezzi. La collusione tacita si è rafforzata, invece di indebolirsi. Gli autori stimano un aumento dei profitti aggregati per le compagnie petrolifere di 33 milioni di dollari australiani l’anno, conseguenza inattesa del provvedimento che avrebbe dovuto invece aumentare la concorrenza.
Letti insieme, i due studi raccontano qualcosa di profondo sul funzionamento dei mercati oligopolistici, ovvero quei mercati in cui pochi grandi operatori si osservano a vicenda, come succede nella distribuzione di carburante, ma anche nelle telecomunicazioni, nel settore bancario e della grande distribuzione. La struttura dell’informazione disponibile è una variabile strategica che le imprese sanno usare. Troppa trasparenza pubblica può diventare un canale di coordinamento tacito. Troppo poca, distribuita in modo asimmetrico, può creare situazioni che comunque ammorbidiscono la concorrenza.
Non esiste una ricetta semplice per il regolatore. Rendere i prezzi più visibili? Vietare la condivisione di dati tra imprese? La risposta corretta non può prescindere dall’analisi empirica dei dati, proprio quel tipo di lavoro paziente, su milioni di osservazioni e anni di storia, che caratterizza la ricerca accademica.