Benessere personale o benessere organizzativo?
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Il tema del benessere in azienda è ovunque. Convegni, piattaforme digitali, servizi ai dipendenti. Ma di cosa stiamo davvero parlando? Equilibrio tra vita e lavoro? Benessere psicofisico? Riduzione dello stress? Sviluppo di competenze individuali? Soluzioni che semplificano la vita? C’è un po’ di tutto ma una cosa è chiara: quando in azienda si parla di benessere, si intende il benessere individuale. Infatti, si moltiplicano anche i supporti psicologici. Le organizzazioni, un tempo luoghi dove la persona era “solo un numero”, oggi investono per il suo benessere. Quanta strada abbiamo fatto.
Però. Tutta questa attenzione al benessere non significa che nelle aziende c’è troppo malessere? Allora arriviamo al punto. Le organizzazioni desiderano soprattutto farsi carico del malessere individuale offrendo servizi ai singoli, o sono anche interessate a comprendere se il malessere dei singoli sia un sintomo organizzativo? Perché, in questo secondo caso, dovrebbero prendere in carico se stesse interrogandosi sulle cause, anziché agire solo sugli effetti. Dunque, le cause. Ne abbiamo selezionate tre.
Primo. In azienda continua a decidere il ruolo più alto. Questo ha molto a che fare con il malessere. Perché? Perché chi sta in alto e deve decidere conosce poco i problemi e le opportunità che emergono sul campo nel contatto quotidiano con clienti e utenti: quindi va in ansia e cerca di controllare tutto, con moltiplicazione infinita di riunioni. Per contro, chi sta in basso vive tutti i giorni quei problemi e quelle opportunità ma, anche se spesso conosce la soluzione, non può decidere. E questo genera frustrazione, rabbia e riduce le persone a meri esecutori alimentando alibi e de-responsabilizzazione. Domanda: aiutiamo i singoli a stare meglio dentro questa impostazione organizzativa o facciamo evolvere l’impostazione?
Secondo. La persona è ancora considerata l’unità minima dell’organizzazione. In altre parole, agiamo ancora come se le performance fossero generate dai singoli. Certo, quello che fa l’individuo è importante. Ma nelle imprese contemporanee non esistono più performance solo individuali: per ottenere prodotti e servizi adeguati, e guadagnare in velocità e flessibilità, è fondamentale collaborare. E come può crescere lo spirito di squadra se l’attenzione di tutti è rivolta verso l’alto, verso il capo, che è considerato il cliente più importante, e che è abituato a gestire le persone singolarmente piuttosto che favorire la collaborazione?
Terzo. Se le performance, più che dalle attività individuali, dipendono da come i singoli lavorano insieme, oggi, l’unità minima dell’organizzazione è il team. Non dovremmo aiutare le persone che lavorano insieme ad affrontare e a risolvere il maggior numero di situazioni che incontrano tutti i giorni? Affinché questo accada, però, serve un contesto organizzativo psicologicamente sicuro che non coltivi il comfort ma una sana tensione, che stimoli le persone a confrontarsi, avere conflitti produttivi, assumere iniziative, imparare dagli errori, trovare nuovi modi di fare le cose. Divertirsi. Insomma, usare le proprie risorse per contribuire all’obiettivo comune. E’ questo che succede nei nostri ambienti di lavoro?








