Visita guidata

Bassilla sussurra l’eternità dell’antica Aquileia

Il Museo archeologico conserva la stele funeraria della mima che racconta la ricchezza della colonia, divenuta crocevia di popoli, lingue e religioni

di Maria Luisa Colledani

Illustrazione di Lorenzo Duina

5' di lettura

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Fuori, il canto delle cicale fa meriggiare pallido e assorto, e forte è l’odore di salmastro che arriva dall’Adriatico, non lontano. Qui, al primo piano del Museo archeologico nazionale di Aquileia, le voci sussurrano storia e storie, da lapidi e stele, statue e monili: sono un foro affollato, una banchina del porto carica di merci e uomini o una domus in cui pregare Lari, Mani e Penati.

Siamo nel Friuli meridionale, dove nel 181 a.C. Roma invia tremila fanti e un numero imprecisato di centurioni e cavalieri sanniti del Lazio e del Molise a fondare la colonia come avamposto contro Galli e Istri che minacciavano i confini orientali: i magistrati Publio Cornelio Scipione, Gaio Flaminio e Lucio Manlio Acidino, raffigurati in un rilievo del I secolo a.C., assistono alla fondazione e il pomerium, il solco lasciato dall’aratro trainato da un bue e da una vacca, segna il perimetro sacro e invalicabile della città.

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Tutte queste voci ci parlano, tutti questi sguardi, che guardiamo, ci guardano. C’è anche una mima, si chiama Bassilla, elegante nella sua tunica e nella sua acconciatura. I suoi occhi ci fissano, chiedono di fermarci e la stele funeraria, trovata in una necropoli nella zona sud della città e databile al II secolo d.C., con l’iscrizione in greco fa il resto per raccontarci la fama di Bassilla, decima Musa, e la grandezza di Aquileia, multietnica e potente. A dedicare la stele è l’attore Eraclide, un collega o forse l’uomo che la amava: «A colei che in passato, in molte contrade e in molte città, colse sulla scena il successo risonante di applausi per il versatile talento, manifestato nei mimi e nelle danze, a lei che spesso sulle scene morì, ma non in questo modo, alla mima Bassilla, decima Musa, Eraclide, attore valente nella declamazione, pose questa stele. Anche da morta essa ottenne un onore uguale a quello che godeva da viva, poiché il suo corpo riposa in un suolo sacro alle Muse. I tuoi colleghi ti dicono: “Stai di buon animo, Bassilla, nessuno è immortale”». E, invece, proprio questa dedica in greco ha reso eterna l’attrice e la sua arte, ricordando anche la sua origine non latina. Perché la gente andava e veniva da Aquileia, si mescolava, scambiava prodotti, idee, lingue e culti, da Beleno a Mitra, fino al cristianesimo. La città diventa porta del Mediterraneo, come è denominata anche la sezione della raccolta museale dove è collocata la stele di Bassilla. Proprio il recente riallestimento del Museo archeologico valorizza le infinite facce della città antica perché si è lasciato il vecchio criterio espositivo improntato sulla classificazione tipologica dei reperti per preferire il racconto, il fluire di volti, eventi, costruzioni. Ogni oggetto, presentato nel proprio ambito di utilizzo, narra un aspetto della vita e così il Museo è un alternarsi di storia e storie, che coinvolge anche per la scelta del colore dell’allestimento delle sale, un verde chiarissimo che è terra, cielo e mare insieme.

Aquileia, grazie alle tante vie che la attraversavano, Postumia e Iulia Augusta su tutte, è ai confini dell’impero e nel cuore di Norico (l’attuale Austria), Pannonia, Istria e Dalmazia. È un emporio globalizzato fra regione mediterranea, alpina e balcanica e funziona come centro di redistribuzione di materie prime, derrate alimentari e manufatti artigianali e artistici, pellami e schiavi. Le merci viaggiavano anche grazie al collegamento con il mare attraverso il fiume Natiso cum Turro (oggi Natisone e Torre), che in antico sfociava non lontano da Grado, e al canale Anfora, scavato nel II secolo a.C.

La ricchezza è evidente, come scrive anche Ausonio (Ordo Urbium Nobilium, 9): «…poiché una gloria recente ti ha reso grande, sarai annoverata nona tra le città illustri, o Aquileia, colonia italica, di fronte ai monti dell’Illiria, famosissima per le tue mura e per il tuo porto». E come testimoniano decine e decine di reperti del Museo, dalle mosche dorate, scoperte in un corredo funerario femminile del I-II secolo d.C., al tesoro di gemme, ambre e monete che si trova al secondo piano, ed è anche l’orgoglio della direttrice Marta Novello: «Passeggiando per le sale della villa settecentesca, che ospita il Museo dal 1882, o all’ombra dei porticati che circondano il giardino, si respira l’aria di una città cosmopolita, che fu luogo di incontro e scambio di saperi e di culture, della cui commistione sono testimonianza reperti straordinari, come il mosaico in minute tessere colorate che raffigura due rami di vite legati da un fiocco, lontana suggestione del mondo greco e orientale, o le mille sfumature di colore dei contenitori in vetro...». Per meglio spiegare questa ricchezza la direttrice ci accompagna nei depositi appena inaugurati, sei saloni per 500 metri quadrati allestiti con iscrizioni, altari votivi e funerari, sculture a tutto tondo e sculture a rilievo, reperti in ceramica, vetro e osso con cassetti estraibili e altri oggetti ancora. Sono cascate di antichità davanti ai nostri occhi, la luce e l’ordine simmetrico fanno il resto.

Dopo la visita al Museo, non resta che camminare per entrare nella storia. Il foro è a pochi passi e le colonne, frutto di anastilosi di età fascista, alte quasi sei metri, viste da sotto fanno impressione. Chissà come doveva apparire la piazza a chi arrivava in città, magari attraverso le vie fluviali, o anche le Grandi Terme o la zona del circo e del teatro, noto solo dal 2015, o il tessuto urbano nel suo complesso. Sono decine e decine le individuate con i loro ricchi mosaici e quella di Tito Macro, con i suoi 1.700 metri quadrati di superficie, non smette di stupire.

Le ricerche archeologiche di questi anni, condotte dagli atenei di Udine, Trieste, Padova, Venezia e Verona, hanno ulteriormente arricchito il patrimonio: «L’idea è quella di creare entro cinque anni un parco archeologico», spiega Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia, che si occupa della ricerca e delle acquisizioni (le ultime di 18 ettari di terreno hanno praticamente fatto raddoppiare le possibili aree di indagine). E, mentre indica le direzioni sotto questo cielo smeraldo, prosegue: «Foro, porto e sepolcreto saranno collegati in un’unica area per andare dal lato orientale a quello occidentale delle mura».

Lo splendore di Aquileia, nata sull’insediamento celtico Aquilis, che significa “acqua nera”, è nel IV secolo, ma decade nel 452 d.C. con l’assedio e il saccheggio da parte degli Unni di Attila. Poi, rinasce sotto i Bizantini, con i Longobardi e con il patriarcato, iniziato nel 1077, quando l’imperatore germanico Enrico IV concede a Sigeardo la signoria temporale sul Friuli. Pochi anni prima il vescovo Popone aveva ampliato la Basilica, ultima tappa di questa giornata friulana.

L’edificio è imponente e vive di tante stratificazioni secolari. San Marco era stato inviato da Pietro a evangelizzare questa terra. I cristiani, cresciuti di numero e nel nome del credo alessandrino (ancor’oggi ad Aquileia si recita un Credo diverso, l’Expositio symboli, scritto intorno al 400 da Rufino, da quello delle altre chiese cattoliche), avevano eretto già nel IV secolo con Fortunaziano il loro tempio con centinaia di metri quadrati di mosaico: è un percorso ideale verso la salvezza che culmina nella storia biblica di Giona nel ventre della balena e in tanti nodi di Salomone. In quell’intrecciarsi di anelli, c’è l’unione fra la sfera divina e l’uomo con vista sull’eternità. La stessa che ha dato Eraclide a Bassilla, decima Musa e suo amore.

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