Il caso

Barriere fonoassorbenti per abbattere il rumore e mantenere l’efficienza

Negli ultimi dieci anni la torinese Sts Isolamenti ha investito circa 700mila euro in R&D e brevetti per portare sul mercato soluzioni su misura

di Claudia La Via

Barriere acustiche per pompe di calore realizzate da Sts Isolamenti all’esterno in una villa residenziale a Como

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Anche la tecnologia fa rumore. Reti 5G, data center e sistemi di intelligenza artificiale non producono solo innovazione, ma possono avere un impatto sull’inquinamento acustico. Da una parte i server ad alta densità per l’Ia, che richiedono sistemi di raffreddamento e di trattamento dell’aria in funzione continua. Dall’altra, la necessità di ridurre la latenza sta spostando la costruzione dei grandi data center sempre più a ridosso dei centri urbani. Il “colpevole” spesso non è la sala server, ma ciò che la tiene in vita: gruppi frigoriferi, ventole e torri di raffreddamento accesi 24 ore su 24, con un ronzio costante e spesso a bassa frequenza. Qui la sfida è doppia: abbattere il rumore senza far salire i consumi. Molte soluzioni di isolamento acustico tradizionali, basate su pannelli e barriere in lana di roccia, attenuano i decibel ma possono “strozzare” i flussi d’aria. Così, per garantire lo stesso raffreddamento, servono ventole più potenti o impianti più grandi.

La sfida

È in questo delicato equilibrio fra prestazioni e riduzione del rumore che opera Sts Isolamenti, società torinese di cleantech specializzata nell’insonorizzazione. «La vera sfida non è abbattere il rumore, ma farlo senza penalizzare le performance dell’impianto», spiega Giorgio Cellerino, Ceo e fondatore dell’azienda. Sts negli ultimi dieci anni ha investito circa 700mila euro in R&D e brevetti per portare sul mercato soluzioni “su misura” come quelle nate sotto il marchio Fonois: barriere fonoassorbenti di appena 1,5 cm di spessore, setti più sottili e soluzioni curvate per l’isolamento acustico. «Nella maggior parte dei casi realizziamo abbattimenti tra i 10 e i 25 decibel, ma recentemente stiamo fornendo involucri per un data center in Germania con un abbattimento di 22 dB», precisa Cellerino. Si tratta di involucri modulari progettati per contenere il rumore senza ostacolare il funzionamento dell’impianto. E c’è anche un capitolo sostenibilità: «La parte fonoassorbente è composta all’80% da sfilacciato di cotone, ricavato principalmente da resti di indumenti, e per la parte esterna utilizziamo almeno il 50% di ferro riciclato», racconta il Ceo.

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Oltre all’utilizzo di materiali di scarto, il beneficio ambientale è doppio: da un lato l’abbattimento dell’inquinamento acustico, dall’altro un funzionamento dell’impianto più efficiente, senza costringere le macchine a “spingere” di più. «Questi involucri, inoltre, proteggono i macchinari, spesso posizionati all’esterno, dagli agenti atmosferici, allungando il loro ciclo di vita e riducendo il consumo energetico nei periodi più caldi», aggiunge Cellerino. Che rivendica anche un vantaggio in termini di contenimento degli spazi: «Nei data center le soluzioni Fonois possono occupare fino al 60% in meno rispetto a quelle tradizionali, ottimizzando l’organizzazione degli ambienti e limitando la necessità di nuove superfici edificabili».

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